Abbiamo visto Qualcuno da amare regia di Abbas Kiarostami.
Il regista iraniano Kiarostami è diventato noto al pubblico negli Anni Novanta con film come: Close-up; E la vita continua; Sotto gli ulivi. Storie che vivono sulla linea impercettibile tra finzione e documentario, girate con timbro leggero e con uno sguardo attento e prezioso. Cinema fatto anche di Etica, dell’idea del coraggio e l’angoscia di sentirsi spaesati davanti al mondo e alle sue tragedie. Con Il sapore della ciliegia (Palma d'Oro a Cannes nel 1997), e con Il vento ci porterà via (Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia del 1999), Kiarostami ha raggiunto il suo massimo splendore ed è diventato un ‘divo’ internazionale; grazie anche a Godard – sempre molto parco di complimenti nei confronti dei colleghi – che aveva dichiarato “Il cinema inizia con Griffith e finisce con Abbas Kiastorami”, mentre Martin Scorsese ha detto che Kiarostami rappresenta il livello più alto di un regista cinematografico. Roba da far girare la testa al più robusto degli uomini di Cinema. Poi la repressione in Iran e il divieto della proiezione dei suoi film per dodici anni lo hanno allontanato dal suo Paese.




Buio in sala. “Silenzio”, sussurra uno spettatore ad un distratto personaggio che parlava maleducatamente al cellulare. E silenzio fu. In quell’istante anche l’aria odorava di grandezza.
Alessandro Roveri, Mussolini e Berlusconi, Ferrara, Faust Edizioni, 2013, € 14.90
Abbiamo visto Nella casa regia di Francois Ozon.
Abbiamo visto Hitchcock regia di Sacha Gervasi.
John Buchan, I trentanove scalini, Gruppo Editoriale Newton, 2004
Chi ha accolto con poco entusiasmo l’ultima versione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald ha ancora probabilmente in testa il film del 1974 con Robert Redford. Baz Luhrmann, si sa, non è James Ivory, né Luchino Visconti. E’ quello che ha ambientato Romeo e Giulietta di Shakespeare nella contemporaneità, facendo però parlare i personaggi con le battute originali del dramma. Qui ritroviamo Leonardo Di Caprio nei panni di uno dei personaggi più ambivalenti della letteratura, ovvero Jay Gatsby. Panni che indossa perfettamente, peraltro. Capelli biondi, espressione di uno di cui ci si può fidare, ma allo stesso tempo lineamenti che in poco tempo si fanno rigidi: Di Caprio sembra il Gatsby del romanzo fatto persona.
Sono passati dieci anni dall'ultimo disco di David Bowie, ed ecco che il "duca bianco" se ne esce con un nuovo album, dal nulla, come se fosse semplicemente il giorno dopo l'ultimo concerto. "The next day" (ISO/Columbia, 2013) è proprio il titolo del nuovo (e totalmente inatteso) lavoro di David Bowie, musicista che non ha mancato di spiazzare e cambiare, nel corso della sua lunga carriera artistica, incarnando di volta in volta un diverso personaggio/caricatura del sistema delle rockstar (dal glam al pop, mod, elettronica, e altro ancora). Audace e sublime è la scelta di riciclare la copertina dell'album simbolo di Bowie, "Heroes" (RCA, 1977), sia sul fronte sia sul retro del disco, con sopra appiccicato un semplice quadrato bianco con scritta nera, il titolo dell'album: forse il tentativo di rendere superficiale e improvvisato un disco che invece non lo è per niente, tanto è ben curato il suono e la scelta dei musicisti. Se la voce di David Bowie non è infatti all'altezza dei fasti passati (ma con ancora qualche cartuccia da sparare), la musica e gli arrangiamenti sono ben calibrati, coniugando molta dell'estetica e del gusto dei dischi passati del cantante inglese con i pregi della strumentazione di oggi.
Joseph Conrad, L’agente segreto, Milano, Newton Compton, 2012, pp. 256, € 4,90
E’ opportuno ricordare che le prime raccolte poetiche di Mario Luzi risentono di derivazioni ermetiche come pure di influssi tardo simbolisti francesi legati agli studi universitari (tesi di laurea su François Mauriac). Ma è importante aggiungere che il poeta, se non ha smentito, non ha comunque accettato di essere definito semplicemente “ermetico”, anzi. Quando gli veniva ricordato che la sua poesia del 1940, Avorio (“Avvento notturno”), priva di divisioni strofiche, era presentata in quegli anni come un manifesto dell’ermetismo (dopo le lezioni universitarie fiorentine del professor Giacomo Devoto), egli affermava di non sapere cosa fosse l’ermetismo (M Luzi, La ferita nell’essere, cit., p. 7).
b. “Complicità”
troppo lungo e noioso.
