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grande illusione; La (Jean Renoir, 1937)

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     Presentato alla mostra cinematografica di Venezia, La grande illusione venne boicottato con ogni mezzo dal regime fascista, ma vinse ugualmente la coppa della giuria, mentre il leone d’oro andò al crepuscolare Carnet de bal di Carné. Forse perché, già allora si vedeva nel film di Renoir un prodotto controverso, capace di rivedere criticamente la prima guerra mondiale come un prodotto della lotta tra le classi, o, se non altro, come il tramonto definitivo dei valori aristocratici, applicati alla guerra. Il cameratismo, l’amor di patria, sostituiscono definitivamente la cavalleria tra pari grado aristocratici, tra il capitano de Boieldieu (Pierre Fresnay) e il capitano von Rauffenstein (Erich von Stroheim), rispettivamente prigioniero e comandante della fortezza di Winterborn (nome non certo casuale), in cui il primo è rinchiuso. Entrambi odiano la guerra in nome di un comune interesse per la bellezza, della sensazione che, il primo conflitto mondiale, sia una guerra sporca, capace di insudiciare per sempre, di far tramontare, i nobili ideali in cui essi credono. Renoir contrappone loro la figura del luogotenente Maréchal (Jean Gabin), pieno d’amore per la patria, intesa in senso interclassista; una patria, quella francese, nata dai fatti del 1789 - 1793, in cui Maréchal crede ciecamente, al punto di voler fuggire a tutti i costi per tornare a combattere.
       Il tramonto degli ideali aristocratici è qui indagato con una certa malinconia, ma con la certezza che il futuro appartenga alle classi più deboli, tanto che l’unico gesto veramente contro la guerra – i soldati tedeschi che non sparano sui due fuggitivi al confine, nel finale – è compiuto da persone comuni. All’aristocratico von Rauffenstein, altro non resta che cogliere l’unico fiore della fortezza, in omaggio all’amico-nemico de Boieldieu, che lui stesso uccide, sacrificatosi per coprire la fuga di Maréchal. Jean Gabin, oltre a recitare nel film, fu uno dei principali sostenitori, davanti ai produttori, del capolavoro di Renoir, che ha potuto nascere, anche grazie al fertile clima culturale che esisteva attorno al Fronte Popolare francese e alla collaborazione, per la sceneggiatura, di Charles Spaak.
       L’opera di Renoir, assieme a Westfront di Pabst e a No Man’s Land di Trivas, è tra i primi film autenticamente antimilitaristi, anche se forse, per avere un affresco efficace della prima guerra mondiale, bisognerà aspettare il 1957, anno d’ uscita di Orizzonti di gloria (Stanley Kubrick).
 

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