Joseph Roth, La marcia di Radetzky, Milano, Adelphi, 1994, pp. 424, € 12,50 La prima guerra mondiale, oltre ad essere stata un macello di proporzioni inenarrabili, ha anche sancito definitivamente la fine di un universo che fino ad allora era sembrato perfetto e immutabile, ovvero l’Impero Austro-Ungarico. Joseph Roth, grande giornalista e scrittore ebreo austriaco, ha descritto meglio di ogni altro la decadenza e il declino di questo immenso carrozzone nel suo romanzo La marcia di Radetzky, che non è il suo migliore, ma poco ci manca.
Il libro narra le vicende della famiglia Trotta, originaria di uno sperduto villaggio sloveno, destinata all’anonimato fino a quando un oscuro sottotenente, Jospeh Trotta, salva l’Imperatore Francesco Giuseppe da morte sicura durante la battaglia di Solferino. Da questo momento la famiglia diviene nobile e seguiamo le vicende dei discendenti dell’eroe di Solferino, ovvero colui che non svolgerà carriera militare, il capitano distrettuale, ma soprattutto del nipote, Carl Joseph Von Trotta. Egli è il vero protagonista del romanzo, un sottotenente degli Ulani mai particolarmente brillante, ma sempre aiutato dal gesto del nonno. Il problema è che questo Trotta porterà sempre problemi, lutti e incomprensioni in qualsiasi luogo, e sempre involontariamente le sue azioni saranno causa della sua e dell’altrui infelicità. Nel mentre, il narratore immerge il lettore in un’atmosfera di cupa decadenza, nella quale le immagini macabre compaiono di frequente, quasi a sancire che quel mondo eroico e grandioso era destinato alla fine. La figura del capitano distrettuale Franz von Trotta è in questo perfetta, poiché in lui Roth ha dipinto l’orrore per la morte di un’epoca irripetibile, e la vergogna per i popoli che saranno dispersi e non più riuniti sotto il nobile vessillo degli Asburgo. Intanto, il figlio Carl Joseph, vittima delle tentazioni femminili e incapace di dare un senso profondo alla sua esistenza, si aggira per l’Impero portando sulle spalle un fardello troppo pesante, l’eredità di un gesto che condizionerà tutta la sua vita sino al termine. Nell’Impero ormai al tramonto, la Morte si aggira mietendo con la sua falce, il decesso di Francesco Giuseppe e l’attentato all’Arciduca d’Austria saranno gli eventi che decreteranno la finis Austriae. Chi è stato a Vienna potrà capire con maggiore immediatezza quanto scritto, e troverà nella lettura del libro la possibilità di riportare davanti agli occhi le immagini della città, che pure nel romanzo non compare quasi mai. Infatti, la capitale austriaca è diventata, nell’immaginario comune, simbolo della decadenza e di uno splendore che sopravvive alla sua fine. E sorge spontaneo un moto di nostalgia per un mondo che non c’è più, per una grandezza ormai ridotta a simulacro di se stessa: nella sua follia, la prima guerra mondiale ha distrutto un Impero, e così facendo ci ha consegnato in eredità impagabili malinconie mitteleuropee.

