Chi non avesse mai ascoltato Il Maestro di Cappella di Domenico Cimarosa, non si lasci influenzare dal titolo, pensando magari ad un brano lezioso, prolisso, visto che il personaggio in questione (tra ’600 e ’700) era colui al quale veniva affidata la direzione dei
cantori e degli strumentisti per il servizio religioso. In tale accezione il termine diventò di uso comune fin dal Medio Evo e si estese, oltre che in Italia, in vari altri Paesi (e qui mi sovviene che tale titolo toccò anche a J. S. Bach). Tale appellativo era solitamente assegnato al compositore della musica per funzioni religiose, e, soprattutto, al vero responsabile di tutto l’apparato musicale di una cappella annessa a Corte. Il brano di cui ci occupiamo, dal titolo appunto Il Maestro di Cappella, è un intermezzo giocoso, un tipo di composizione che nel ’700 era proposto nell’intervallo di una rappresentazione teatrale di grande interesse. L’aggettivo giocoso, già per se stesso sta chiarificando il tipo di musica che si va ad ascoltare: burlesca, scherzosa, brillante. La composizione risale (forse) al 1794, ed è senza alcun dubbio un piccolo bijou, molto molto divertente. Si tratta, in sintesi, di una scena per solo basso-baritono comico, nella quale è rappresentata con ampia vivacità la ripetizione di un’orchestra sotto la direzione di un Maestro che…si pavoneggia! In effetti, è un Maestro che impartisce una severa lezione ai suoi “scolari” strumentisti. Egli incomincia cantando un’aria, ma pretende fin dall’inizio di essere seguito con la massima attenzione dall’oboe, dai corni e dalle viole. Prima di tutto si rivolge ai violini: «Questo è il passo dei violini: lai, lai, lai, la, la, la…», invece intervengono improvvisamente gli oboi, poi il contrabbasso, i corni, i flauti, tutti quanti andando per conto loro, non seguendo il Maestro e men che meno la partitura. Tutto ciò non fa che incollerire il Maestro: «Cosa fate, oboe mio caro? bio, bio, bio… S’incominci ancor il passo!». Ed ancora: «Benedetto contrabbasso, cosa diavol qui si fa? Qui si manca d’attenzione, no, così, così non va!». Ad ogni modo, egli cerca di controllarsi e riprende con pazienza, dando chiare istruzioni ad ogni sezione dell’orchestra. Alla ripresa s’avverte un certo miglioramento, ma siamo ancora lontani dalle esigenze del vanaglorioso Maestro!
Solamente dopo varie “prove” egli canterà finalmente – con esagerata artificiosità – in perfetto accordo con l’intera orchestra, l’aria alla quale tanto tiene: «Ci sposeremo fra suoni e canti, sposi brillanti pieni d’amor!|». Ringrazierà quindi gli strumentisti, promettendo loro di riprovare in un secondo momento un tempo musicale diverso, un “andantino” che «un talento sopraffino non potrà giammai imitar!».
Questo intermezzo giocoso di Domenico Cimarosa è uno dei primi esempi di come ci si poteva divertire componendo, e di come si poteva altresì divertire il pubblico con un tipo d’intrattenimento “leggero” e “colto” al tempo stesso.

