Giovanni Floris, La fabbrica degli ignoranti. La disfatta della scuola italiana, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 305, € 19,50
Un libro illuminista. No! Chiariamo. Non illuminante, bensì un’opera che -con tutti i dovuti distiguo storici- possiede molte caratteristiche comuni a quell’indirizzo di pensiero dominante il Settecento europeo. Quella di Giovanni Floris non è -e non vuole essere- un’indagine sulla scuola, bensì un insieme di riflessioni attorno ad uno dei temi più scottanti del nostro quotidiano. Non l’approccio distaccato dello studioso, ma quello più coinvolto del giornalista intenzionato a porre in rilievo, non senza una certa dose di umana nostalgia, l’odierno decadimento nella speranza di contribuire -proprio tenendo vivo il dibattito- ad un miglioramento.
Perché, dunque, illuminista? Naturalmente per l’importanza che ponderazioni come queste hanno nel tenere desta l’attenzione dei più sull’oggetto trattato e, allo stesso tempo, per l’inconsistenza -più evidente in volumi decisamente più ambiziosi ed ideologicamente arroganti- del contributo ad una soluzione migliorativa. Un ruolo di stimolo, come lanciare il sasso e nascondere la mano. Un'importanza teorica, forse filosofica, come parlare del buon selvaggio e delle origini, malefiche, della proprietà oppure l’indicare precetti educativi difficili da applicare anche a realtà ristrette ed economicamente forti, salvo poi evitare di portare questa critica alle ovvie conclusioni ed assumersi l’onere, il rischio, ed il peso di agire coerentemente per un vero cambiamento. Floris è un visionario? No, è un riformista. Ritiene, data l’attuale condizione, sia possibile una politica saggia di lente trasformazioni (ipotizza vent’anni), attraverso cui costruire un’istituzione in grado di rispondere alle reali esigenze educative del futuro. E le generazioni attuali? I “sommersi”, parafrasando Primo Levi, di oggi e di domani? Quelli che meriterebbero o meriteranno, ma sono e saranno travolti dai furbi, dai cretini, dai fortunati, dagli sponsorizzati, dai ricchi, vanno abbandonati?
Come può essere possibile? Se, come Floris sostiene, la scuola è lo specchio della società dovremmo ritenere che i poteri forti ed i più svariati gruppi elitari saranno illuminati sulla via di Damasco, mi si perdoni la metafora religiosa, e si convertano al bene dei più rispetto a quello, conservativo ed egoistico, dei singoli. Come può cambiare la scuola se non si trasforma la società e, dunque, non si sostituisce chi la dirige? Chi tra quelli al potere è disponibile a darsi una zappata sui piedi, una martellata sul pollice o peggio, ammettendo attraverso una radicale riforma tangibilmente meritocratica di aver agito in modo scorretto o, addirittura, di non meritare il posto che occupa? Non è un problema politico, naturalmente, prima di tutto è una valutazione etico morale che si chiede a chi ha già ampiamente dimostrato di non avere alcun ritegno.
Procediamo con ordine. La fabbrica degli ignoranti. La disfatta della scuola italiana è un libro di facile e piacevole lettura, dal titolo provocatorio ed un sottotitolo che, di per sé, è già una sentenza. Scritto molto bene, con molta sagacia e “mestiere”. Non è informativo, nè analitico, quanto volutamente descrittivo. Un prodotto diretto non tanto al pubblico “esperto” e coinvolto nel dibattito politico, al quale strizza l’occhio attraverso un parco Note adeguato e alle numerose Tabelle (ben 12 pagine), piuttosto a quello ben più vasto dei proto-informati che di scuola sente parlare, in modo sempre più allarmante, al telegiornale oppure legge sui quotidiani. In particolare potrebbe rivolgersi a quella sorta di ceto medio genitoriale, tanto attento alla soggettività dell’esperienza filiale, quando estraneo al mondo della scuola. Una scelta opportuna e condivisibile.
La struttura del volume è paragonabile a quella di una trasmissione televisiva. Un’introduzione generale e trasversale, gli Asini, seguita dal coinvolgimento delle parti -le componenti- prima le scuole “medie”, i Prof, gli Studenti, i Genitori, e subito dopo l’università, approcciata attraverso i Baroni, infine La rivincita, con le proposte, mentre, “sui titoli di coda”, vanno le curiosità (nelle Appendici). Le fonti, di volta in volta alla base delle sue considerazioni o chiamate a sostenerle, sono soprattutto giornalistiche pertanto piuttosto sensibili al dibattito in corso. Le testimonianze, dirette o riprese da altri autori, avvalorano l’approccio critico di Floris, mentre sono del tutto assenti riferimenti ad ipotesi di riforme oppure alla bibliografia classica sulla scuola, con rarissime eccezioni tra le quali spicca Daniel Pennac (Diario di scuola, 2008).
Floris da attento osservatore pone quasi subito il primo punto di riferimento: l’idea di cultura ed il vero scopo dell’istruzione. La scuola, almeno quella delle medie (inferiori e superiori), non dovrebbe essere intesa come una palestra in cui allenare dei geni, quando un luogo dove educare i giovani a capire e farsi capire. Lo scopo principale sarebbe, quindi, dotarli degli strumenti necessari per decodificare il mondo così da superare le divisioni e smascherare le mistificazioni su cui si fondano gli “scontri etnici”, i “conflitti religiosi” e le “titaniche lotte tra civiltà”.
Emergono, poco a poco, pagina dopo pagina, gli scompensi di un’istituzione apparentemente abbandonata a se stessa. L’eterogeneo corpo docenti straziato tra quello che si ritiene un alto numero (ma dovremmo, poi, parlare di quanti allievi sarebbe più proficuo avere per classe), e un salario complessivamente basso. Sino a prenderne in considerazione la preparazione di partenza e l’aggiornamento necessario, come il reclutamento e la carriera, senza, però, entrare nel merito di un lavoro quotidiano, di fatto, spesso tutto da inventare. Le spaccature più evidenti emergono come iceberg quali i problemi trasversali come il bullismo, l’arroganza dei genitori, le furbizie degli studenti (simili a quelle di sempre e, allo stesso tempo, sempre più inquietanti), lasciano nascoste differenze profonde, insegnare nei licei non è come negli istituti tecnici o in quelli professionali. Gli stralci di testimonianze riprese dallo stesso Floris (in gran parte apparse sui quotidiani nel corso del 2008), mettono in luce una situazione confusa e ormai sclerotizzata.
Gli Studenti, poi, corrispondono perfettamente a questo quadro. La disciplina e le note possono sembrare degli aneddoti un po’ sfiziosi, se non fossero il risultato necessario di una condizione amministrativa, prima ancora di educativa. L’annotazione sul registro, questo aspetto non è del tutto colto da Floris, è necessaria per porre il docente al riparo dalla maggior parte dei rimproveri amministrativi e dalle azioni legali qualora qualche studente si ferisca o provochi il ferimento di altri. La ricaduta disciplinare, anche con il voto in condotta, è del tutto nulla: il sei -ossia la sufficienza- non si nega ad alcuno ad eccezione degli assassini colti sul fatto. Sembra una esagerazione? Provate a verificare le griglie delle diverse scuole. Altri problemi come il latino, le lingue, gli aspetti nozionistici rispetto alla conoscenza pratica (laboratori e strumenti tecnologici), l’impegno politico, etc., paiono perdere consistenza di fronte a quella che sembra un’emergenza -il comportamento- le cui radici sono, in gran parte, al di fuori della scuola. Il docente è spesso un trupier il cui unico compito/dovere è di avvallare la promozione dello studente. Perché chiedergli di essere severo se, poi, la famiglia intenterà una causa e l’istituzione, il preside in prima persona, lo abbandonerà davanti ad un giudice che agirà in base ad una selva di norme a lui del tutto contrarie?
Il capitolo dedicato ai Genitori si lega, inevitabilmente, ai costi dell’istruzione, in particolare per le famiglie. Lo studio, almeno quello di qualità, è legato al censo chi può permetterselo paga, gli altri si accontentano. Va da sé che la sperequazione sociale determina, inevitabilmente, il futuro di molti giovani mettendo in secondo piano o, addirittura, cancellando totalmente il merito. Che dire di più? Se qualche decennio or sono, nel secolo delle ideologie, l’istruzione era ritenuta da qualcuno come fondamentale -un popolo istruito non può essere manovrato, si pensava- come disinnescare questa bomba sociale che è la conoscenza allargata? Semplicissimo, svuotando di contenuti e valori la stessa istruzione, distribuendo tanto facilmente i diplomi e le laure nelle istituzioni pubbliche e, parallelamente, creando percorsi altamente formativi, naturalmente privati, quanto decisamente costosi (ad esempio le scuole e le università private), riservati ai figli di quelle elite che vogliono conservare e perpetrare il loro potere.
Il mondo accademico, i Baroni, è ancora più squallido: I concorsi per diventare professore o ricercatore universitario sono in genere predeterminati secondo logiche non meritocratiche, la selezione dei giovani che un giorno (lontano) arriveranno a occupare la cattedra è frutto di un gestione combinata proprio da quelli che dovrebbero essere sostituiti da quei giovani. Chi è al trono sceglie e ammette al soglio il principe. In genere ai concorsi partecipano tanti candidati quanti sono i posti in palio, perché la selezione è in realtà una procedura di cooptazione. La carriera di un giovane universitario è spesso proporzionata alla sua abilità di trovarsi un padrino, di accodarsi a una cordata che gli garantisca (in tempi lunghi) una cattedra e un ruolo, nel rispetto dei principi del clan (p. 198). Ma, allora, se questo modo di fare è così evidente anche fuori dalle università, perché ne parliamo? Non serve. Amaramente si può commentare: come potrà una riforma -qualsiasi riforma!- cambiare questo stato di cose? Si vuole davvero, ingenuamente, pensare che dopo una tale formazione, una volta raggiunto il potere vi siano diversi, o la maggioranza, che lo scaglino dalle mani -parafrasando De André- per condividerlo con altri? Un ordinario -tutti gli ordinari, anche quelli più preparati- come gli associati ed i ricercatori, sono stati selezionati in questo modo ed hanno costruito una carriera -si potrebbe dire, una vita- soprattutto sui compromessi -spesso economici, altre volte di tipo fisico (senza distinzione di gender), ma sempre intellettuali, morali, etici- che possono fare, se non agire di conseguenza? Chi tradirà la propria casta?
Libro da leggere.
Spigoli&Culture
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