Sergio Ramazzotti, Vado verso il capo. 13.000 km attraverso l'Africa, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 260, € 7,00 Per i tipi della Feltrinelli Traveller, il diario tenuto dal giornalista Sergio Ramazzotti durante il viaggio iniziato il 13 marzo 1992 ad Algeri e terminato il 20 aprile 1992 a Città del Capo, testimonia una ulteriore traduzione del cosiddetto “mal d'Africa”. Una traduzione, in alcune pagine, che può apparire simultanea, nel momento in cui Ramazzotti riporta i dialoghi, gli scontri verbali/sonori con i dialetti locali, le situazioni: con donne, uomini, doganieri, controllori, compagni di brevi tratti di percorso, autisti e, non ultimi, con i mezzi di trasporto -dalla jeep Toyota con il volante da camion all'autobus diesel sgangherato, dal camion a sei ruote alle proprie gambe- in quanto anche le cose o le parti di sé, sembrano rispondere a modo proprio, non in maniera automatica e consueta, quella che ci si potrebbe aspettare dovunque.
È personale, la traduzione: «verso est, con il lezzo di gasolio che mi stringe la gola e l'angoscia che mi stringe lo stomaco (…) Per la prima volta da quando ho lasciato Algeri provo paura. Ho paura di sparire in questo deserto senza lasciarmi alle spalle uno straccio di documento che dimostri che mi trovavo qui.» (p. 81).
Sorta di versione, dopo aver tangibilmente provato, trasferendo, dall'esperienza diretta da parte di un turista-viaggiatore -d'ogni momento della giornata- della realtà africana di fine ventesimo secolo, sul proprio taccuino l'interpretazione, quasi una traduzione interlineare di sensazioni, accadimenti, pregiudizi, riflessioni. Interlineare, mi viene da dire, poiché il Ramazzotti-giornalista avrebbe potuto racchiudere commenti e riflessioni in un' unica corposa chiosa da porre in calce agli appunti di viaggio; invece, come in quei testi nei quali la riga di traduzione viene stampata tra una riga e l'altra del testo originale, il sentire di Ramazzotti non si accumula, bensì s'intercala al virgolettato dei testimoni incontrati.
È il caso del controllore Philippe: «Non finisco mai di sorprendermi di come gli abitanti del terzo mondo (…) conoscano bene la storia dei propri paesi (…). Ogni volta mi chiedo se saprei raccontare altrettanto bene a uno straniero il nostro Risorgimento (…) e il venticinque aprile, e mi chiedo anche quanti giovani italiani conoscano il nostro tormentato passato. (…) “ Nessuno sa quante persone morirono per costruire quella ferrovia, affinché la Francia potesse arricchirsi coi minerali del Congo, ma furono migliaia. Migliaia. Quei binari sono una tomba lunga trecento chilometri. Se lo ricordi, quando starà viaggiando sul Train Bleu. Buonanotte.» (pp. 167-168).
Oppure delle sorelle che hanno a che fare con i doganieri. O dell'autista che ha il figlio sommozzatore pagato per spalare ghiaia diamantifera dal fondo dell'Atlantico al largo del Namaqualand. Gli incontri e gli aneddoti che ne scaturiscono, una volta trasposti sulla carta, pagina dopo pagina, trasportano il Lettore in quei luoghi, tra quelle genti, nella loro storia quotidiana che, come Ramazzotti vuole sottolinearci costantemente, è l'effetto, in parte, dello sviluppo della nostra Storia europea.
Una traduzione, perciò, quella da parte di Ramazzotti, che non può essere neutrale, né imparziale. Né intende esserlo. Le varie tappe del viaggio –Algeri, In-Salah, Tamanrasset, In-Guezzam, Agadez, Kano, Enugu, Calabar, Douala, Yaounde, N'Djole, Franceville, Brazzaville, Kinshasa, Kananga, Kamina, Lubumbashi, Kitwe, Lusaka, Maramba, Bulawayo, Pietersburg, Johannesburg, Kimberley, Città del Capo- obbligano il dito a scorrere sulla cartina geografica dell'Africa, scendendo dal nord al sud, ed il fatto che le prime pagine del libro portino a pensare che il viaggio sia stato intrapreso oltre che per lavoro, anche per sfida («quaranta giorni avevo promesso e quaranta giorni ci avrei impiegato», p. 10), il percorso di scoperta non deve essere accorciato nelle/dalle aspettative del Lettore, né deve essere immaginato meno difficile. In definitiva, sebbene letterale, la traduzione dell'Africa -«mio taccuino di viaggio africano», (p. 9)- di Ramazzotti, in maniera portentosa, riesce a fondere l'estemporaneo al professionale, lasciandoci soltanto intravvedere, proprio come soltanto i grandi traduttori sanno fare, l'enorme preparazione, fatta di studi, conoscenze e approfondimento, che sta a monte. Della scelta dei termini, della scelta di quanto riportare, e, di non riportare. Pur rimanendo fedeli all'originale. Senza sentirsi al tempo stesso troppo vincolato. Ed è in questo sapiente sapersi trasferire da una realtà all'altra, dall'altra all'una, il Ramazzotti-traduttore d'Africa, porta il Lettore alla consapevolezza che «Di solito sono gli uomini a cambiare faccia ai paesi, ma talvolta accade il contrario». La «rivelazione», -sicuramente una rivelazione, riguardo l'Africa, l'essere/sentirsi europei, le problematiche del bacino del Mediterraneo non risolte negli ultimi settanta anni che hanno accompagnato il chiudersi e l'aprirsi di due secoli, e tanto altro, aspetta al varco, a fine lettura, ogni lettore di questo libro- guida Ramazzotti ad una presa di coscienza, interamente da sondare: «quasi al termine del mio viaggio (…) Ho ripreso coscienza del colore della mia pelle (...) in Zaire potevo sopportare le vessazioni di un poliziotto nero che mi chiamava “Monsieur le Blanc”, mentre a Beitbridge non tollero che un poliziotto bianco mi tratti alla stregua di un nero», (p. 255).
In effetti, il Ramazzotti giornalista-turista-viaggiatore-bianco si fa portavoce del professore di matematica con il quale si trova in fila ad aspettare l'aereo di ritorno, secondo cui occorre che alle nuove generazioni sia insegnato nella loro lingua, cancellando quaranta anni di imposizioni e di presupposti razzisti riguardanti la presunta inferiorità dell'intelligenza dei neri, affinché l'Africa possa leggere se stessa, e riesca a tradursi, a sé e al mondo, per svilupparsi.

