Tratto dall’omonimo romanzo dell’irlandese John Boyne, Il bambino con il pigiama a righe è uscito in sordina ed è diventato poco a poco quasi un caso cinematografico. Il tema, lo sterminio degli ebrei, non è di certo nuovo, anzi, è uno dei più sfruttati dal cinema degli ultimi anni. Il protagonista è un bambino di dieci anni, Bruno, figlio di una famiglia benestante tedesca. Quando il padre, pezzo grosso delle SS, riceve una promozione, è costretto a lasciare a malincuore la lussuosa
dimora di Berlino e a trasferirsi nella nuova casa. Peccato che questa, malgrado le promesse dei genitori, si riveli essere un vero e proprio bunker, il cui principale difetto è la vicinanza al campo di concentramento diretto dal padre. Mentre la sorella di Bruno fraternizza con uno dei soldati e i genitori si arrabattano per impedirgli di scoprire cosa sorge a poca distanza, Bruno, eludendo la sorveglianza, arriva alla recinzione di quel che crede essere una fattoria. Finirà col fare amicizia con un coetaneo ebreo: il bambino con il pigiama a righe del titolo, appunto.
Il punto forte del film sta nella costruzione della storia. Grazie a una sceneggiatura mai banale, la vicenda cattura lo spettatore fin dalle prime scene, che mostrano la spensieratezza dell’infanzia benché la nazione si trovi in difficoltà. Tuttavia, lo spettro della guerra e la consapevolezza degli orrori perpetrati da colui che ritiene un eroe irrompono nella tranquilla e noiosa vita di Bruno nella nuova casa. Pur trattandosi di un fatto inventato ambientato in un momento storico molto esplorato da cinema e letteratura, il film lascia la guerra sullo sfondo e fa sì che lo spettatore adotti il punto di vista di un bambino di dieci anni dal primo all’ultimo fotogramma, senza mai scadere nel patetismo. Al contrario, questo “strattagemma” permette l’adozione di un tono inaspettatamente disteso, lontano dall’atmosfera pesante e lugubre della maggior parte degli altri film sul tema. Ciononostante, si avverte il pericolo della tragedia che incombe sul destino di Bruno fin dall’inizio del film, cosparso di impercettibili segnali, per non dire presagi negativi, come il gioco alla guerra poco dopo l’inizio, la caduta dall’altalena e il successivo breve svenimento, il ritrovamento della massa di bambole dismesse dalla sorella nella baracca dietro casa.
Un’altra nota a favore del film è il non dividere i personaggi in “ebrei buoni” e “tedeschi tutti malvagi”: il film sottolinea come molti tedeschi, malgrado l’invadente propaganda diffusa dal regime nazista, si siano resi conto degli orrori che stavano per essere compiuti nel loro paese. A riguardo, il film mostra gli effetti deleteri dell’ indottrinamento sulle giovani menti nella figura di Greta, la spocchiosa e arrogante sorella di Bruno, sul quale, invece, gli insegnamenti del pedante precettore privato ottengono l’effetto contrario.
Una menzione speciale merita la musica di James Horner, che ora mette in evidenza l’incanto dell’infanzia, ora suggerisce l’angoscia della tragedia incombente.
C’è da prevedere che il film sia destinato a diventare tra breve, quindi, uno dei classici sulla tragedia della shoah.
- Regia: Mark Herman
- Sceneggiatura: Mark Herman
- Cast: Asa Butterfield, Zac Mattoon O’Brien, David Thewlis, Vera Farmiga, Rupert Friend, Richard Johnson, Sheila Hancock, Jim Norton
- Fotografia: Benoît Delhomme
- Montaggio: Michael Ellis
- Musiche: James Horner
- Nazione: Gran Bretagna, Stati Uniti
- Durata: 100’
- Data uscita: 19/12/2008

