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Fortunato M., I giorni innocenti della guerra, 2007

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fortunatom-giorniinnocentiguerra Mario Fortunato, I giorni innocenti della guerra, Milano, Bompiani, 2007, pp. 213, € 15,50
Premio Strega: Finalista 61a Edizione  -  2007 -  (79 voti)
Lo stile asciutto, scarno, pur con diverse concessioni ad una forma più complessa, de I giorni innocenti della guerra, vorrebbe forse rendere in maniera mimetica la vita e gli accadimenti di quel periodo, noto e sconosciuto allo stesso tempo, durante il quale l’Italia era impegnata nella Seconda guerra mondiale. Funziona la trama, ricca di variazioni impreviste, ma tutto sommato nell’ordine generale della vicenda; funzionano i personaggi, assai ben delineati e credibili, ma la sensazione che predomina, leggendo questo libro, è la noia. Una noia lieve, a dire il vero, data a mio parere dalla scelta dello stile.
Non è facile rendere piacevole la lettura, quando non si sfruttano le possibilità che la lingua offre. Mi ripeto: forse l’autore cercava l’aderenza, il realismo, ed ha ritenuto che uno stile quasi neorealista potesse fare al caso suo. Il lettore non trae però alcun piacere da questa scelta, dall’uso di tale linguaggio, e spesso si è tentati di saltare intere pagine, inseguendo almeno le vicende private, le emozioni e le sensazioni dei personaggi, nonché gli sviluppi della trama, che, come ho già detto, risulta particolarmente ricca.
A volte sembra poi sfuggire anche la necessità di raccontare questa storia. Al termine del libro non si è certo più ricchi, e si fatica ad affezionarsi ai personaggi, che, nonostante gli sforzi dell’autore, non vivono certo di vita propria, ma appaiono la brutta copia di altri già descritti da Pavese, da Vittorini o da Natalia Ginzburg.
A questo proposito, vorrei fare una riflessione. Senza dubbio, l’aderenza al reale degli scrittori del dopoguerra ha significato una ribellione, un voler prendere le distanze dalla retorica verbale e letteraria del ventennio. Si sentiva il bisogno di distanziare almeno il linguaggio, di crearne uno nuovo, diretto ed efficace. Ma Fortunato non appartiene a quell' epoca, la sua scelta stilistica non è una reazione, né tanto meno può essere un criterio di aderenza al reale, o meglio, lo è soltanto parzialmente, dato che i personaggi del libro sono senza dubbio credibili, ma sono fortemente antiretorici, persino in Ernesto, ovvero il personaggio meno distante dagli ideali fascisti, non vi è quasi traccia di retorica. Verrebbe da chiedersi qual’era il vero linguaggio degli italiani antifascisti, ma non degli intellettuali come Gramsci, che studi e credo politico avevano liberato dalla retorica, bensì della gente comune. Era retorico o no? Certo, Stefano Portelli, uno dei personaggi principali, è antifascista per studi e per istinto: non sarà mai retorico. Ma Nina, Sergio, Giuseppe ed Ernesto? Forse solo Edna, l’amica più intima del pilota della RAF Alastair Ormiston – nome che fa pensare  più ad un personaggio di Guerre stellari -  esula da questo linguaggio, ma la sua è un’introspezione, condotta spesso per lettera, un dialogo interiore.
Non so, forse la scelta dell’autore è azzeccata, però la noia rimane, e non è certo un buon viatico per un libro che aspira ad un premio letterario.

La scheda di Stefano Agnelli

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