Spigoli&Culture

spigol@ture

Simoni G., Turone G., Il caffè di Sindona, 2009

Print PDF
User Rating: / 1
PoorBest 
Gianni Simoni, Giuliano Turone, Il caffè di Sindona. Un finanziere d’avventura tra politica, Vaticano e mafia, Milano, Garzanti, 2009, pp. 197, € 16,00
Chi è appassionato di gialli si serva pure. Questo Il caffè di Sindona scritto a due mani dagli ex magistrati Gianni Simoni e Giuliano Turone, che ebbero entrambi parte nel processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è un noir veramente avvincente con la sola differenza che, mentre alla fine della lettura normalmente ci si consola dicendo “è tutta un’invenzione”, qui invece non si può fare altrettanto.
Devo dire che a me Sindona era simpatico: aveva l’aria d’un signore d’altri tempi e il quotidiano locale che m’informava blandamente di politica non lo denigrava in modo particolare. Così quando morì fui anch’io della tesi che lo avessero ucciso. Si sa che la simpatia è cattiva consigliera e segna sempre la linea di demarcazione fra innocentisti e colpevolisti: e Sindona aveva sempre dichiarato di non essere il mandante del delitto Ambrosoli, la sua colpa principale agli occhi di tutti. Per il resto, invece, i reati finanziari, commessi la maggior parte per foraggiare gli interessi di personaggi molto in vista nel mondo politico e del Vaticano, lo accreditavano piuttosto come vittima abbandonata all’ultimo momento da tutti coloro che lo avevano usato per le loro oscure trame e che poi l’avevano rinnegato perché ormai ingombrante e pericoloso.
Simoni e Turone qui si propongono di ristabilire la verità dei fatti quale debito da loro sentito nei confronti della memoria di Ambrosoli. Ma quale verità e quali fatti? Che Ambrosoli fosse un brav’uomo nulla quaestio: nessuno ha mai detto qualcosa in contrario. La consapevolezza che gli fosse stato affidato un compito oltremodo scottante e che lo avrebbe portato, con molta probabilità, ad una fine prematura ne fa senz’altro un eroe perché è proprio nella valutazione del pericolo da affrontare e nel non desistere nella strada intrapresa sta la grandezza dell’uomo. Che poi alla sua morte nessuno si sia fatto carico neanche di accompagnarlo all’ultima dimora sta ad indicare che il suo comportamento “troppo zelante” aveva scontentato molti di coloro che, direttamente o indirettamente, gli avevano affidato l’incarico giudicandolo erroneamente non all’altezza di andare fino in fondo.
Il nocciolo del libro sta invece nell’accreditare la tesi che Sindona non l’abbiano avvelenato ma si sia suicidato mettendo su egli stesso tutto un teatrino per consentire ai suoi cari di riscuotere l’ingente assicurazione sulla vita a loro favore. I due scrittori argomentano una serie di motivi a difesa del proprio assunto di cui solo uno può essere veramente probante oltre alla volontà del carcerato di assicurare alle persone di famiglia un futuro ed è la stranezza che Sindona sia andato a bersi il caffè proprio in bagno, lontano cioè dalle telecamere. Però è altrettanto strano che non si sia riusciti a repertare, nell’immediatezza del fatto, prima che fosse lavato, il thermos che aveva contenuto il caffè. Non reggono poi, o almeno sono ampiamente confutabili, le argomentazioni sulle bustine di zucchero scomparse (le registrazioni di quanto avveniva in cella avrebbero dovuto mostrare se il detenuto si era portato in bagno qualcos’altro oltre al caffè) né del cattivo odore del cianuro che avrebbe fatto desistere qualsiasi dall’ingerire la bevanda. La letteratura gialla e soprattutto Agata Cristhie ci hanno abituati a considerare il cianuro come il veleno principe per una serie di delitti ravvisabile, solo agli esperti, per il classico odore di mandorle amare per niente disgustoso. Non regge la conclamata mania suicida di Sindona: sono proprio gli individui che dichiarano quotidianamente di volersi uccidere che non lo fanno mai o se lo tentano usano mezzi che consentano agli altri di salvarli subito. Non regge la tesi che il finanziere non avesse scheletri nell’armadio da far apparire al momento giusto per coinvolgere personaggi importanti. Le sue dichiarazioni in proposito, di non essere cioè un delatore, erano l’unico mezzo per salvarsi la pelle. Non regge neanche il fatto che non avesse scritto memoriali: anche questo faceva parte del suo modo di salvaguardarsi dagli attentati. Piuttosto parlava in codice dimostrando una volta di più la sua volontà di non darsi per vinto. Non è plausibile neppure l’ipotesi del suicidio mascherato come beffa perpetrata ai danni di chi l’aveva abbandonato. Insomma una specie di sfottò che credo sia ben lungi dalla mente di chi prende decisioni così irreversibili.
E allora perché è interessante il libro? Perché riporta spezzoni di molti atti processuali in cui vengono allo scoperto le trame segrete, i giochi di potere, le collusioni, i colpevoli silenzi di tanti personaggi che ancora fanno parte o hanno fatto parte della vita pubblica del nostro paese, alcuni dei quali con una leadership veramente notevole. Eppure si dovevano render conto, nel migliore dei casi, che la divina Provvidenza ha dei limiti e non fabbrica i soldi annaffiando un alberello. In diritto penale è colpevole anche l’omissione. Come è colpevole anche l’induzione al suicidio. E maggiormente lo dovrebbero nella coscienza dei singoli individui. Nell’accreditare la loro tesi i due scrittori hanno dipinto Sindona come un folle teatrante che agiva quasi esclusivamente da solo. Chissà se questo è vero o invece l’uomo non sia stato preso da un ingranaggio manovrato da altri da cui non è più riuscito ad uscire. Nel nostro asservimento all’America, dopo la seconda guerra mondiale, ci siamo uniformati ai metodi vigenti in questo Stato, metodi che non disdegnano affatto i soldi anche se provenienti dalla mafia e da illeciti interessi. Chissà se questo Venetucci, di cui nel volume è detto tanto poco e che probabilmente avrà confessato di essere stato il tramite fra Sindona e Arico presunto killer di Ambrosoli, ha detto veramente tutta la verità dato che Arico è stato tolto di mezzo molto presto - senza nemmeno essere imputato al processo - secondo un copione già collaudato. È come se i due magistrati, nel loro spietato j’accuse, si siano scrollati un peso di dosso perché è senz’altro evidente che per molti versi Sindona è stato il capro espiatorio di una situazione che avrebbe dovuto avere ben altri compartecipi sul banco degli imputati per ciò che concerne i reati valutari. Non si costruisce un castello di scatole vuote come l’impero finanziario dell’avvocato di Patti se non si hanno grosse connivenze.
Ed è oltremodo strano che i due scrittori, nella serrata requisitoria qui condotta con tanta abbondanza documentale, non riferiscano quasi nulla invece delle risultanze processuali del procedimento che dovrebbe essere il clou del libro stesso ossia quello per l’omicidio Ambrosoli.
È comunque senz’altro un libro da leggere benché lasci la bocca amara più del cianuro in quanto mette a nudo una corruttela che, se si intuiva, tuttavia non si sapeva fino a che limiti potesse spingersi. E dà tutti gli strumenti per un giudizio proprio anche se i misteri d’Italia continueranno a essere tali nei secoli a venire.

Add comment


Security code
Refresh

 
You are here: