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Intervista “by phone” a Gianluigi Nuzzi (7 ottobre 2009)

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L’intervista è stata rilasciata al telefono da Gianluigi Nuzzi a Gian Luca Balestra. Le domande in “normale”, le risposte in “neretto”.

  • Che cos'è la libertà d'espressione?

La libertà d’espressione è per chiunque il sale della vita, per un giornalista è uno strumento di riflessione e di lavoro, per un artista è l’adrenalina che lo induce alla ricerca e spinge la creatività verso nuove scoperte, per un cittadino è il primo diritto e anche dovere da difendere per sé e gli altri.

  • Come definirebbe il suo stile? Quali sono stati i suoi modelli?

Il mio stile è asciutto, cerco di evitare suggestioni, di fermarmi ai fatti rendendoli accessibili. I miei modelli? In coerenza, coraggio, amore per questa professione e determinazione direi tre: Maurizio Belpietro, Ferruccio de Bortoli e Andrea Pucci.

  • Che ruolo ha oggi il giornalismo d'inchiesta? Mentre molta stampa sembra vivere di gossip e notizie poco rilevanti.

Beh, il giornalismo d’inchiesta… c’è stato un periodo che era… che ha vissuto gli anni novanta a rimorchio della volontà dei vari uffici giudiziari italiani e si appiattiva, spesso, sulle notizie che uscivano direttamente dagli uffici giudiziari. Quindi il giornalista più bravo, mi metto tra quelli che partecipavano a questo teatro, era quello che trovava la notizia più richiesta. Eravamo su un piano diverso da quello di trovare da soli le notizie, di fare indagini e approfondimenti, e fare scoop pazzeschi. Si è vissuto più che altro a rimorchio di questi magistrati e uffici giudiziari, quindi si aspettava il verbale, si aspettava l’interrogatorio, si aspettava l’informativa, cioè si viveva di rimbalzo, di attività giudiziaria. Credo che dopo le vicende delle assoluzioni dei processi di mafia di Palermo, chiusa l’esperienza della procura di Milano, adesso siano cambiate le cose anche perché quei fiumi informativi si sono un po’ ridotti. Ecco allora che ricomincia un certo tipo di giornalismo, si comincia a pensare più al giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo d’inchiesta in Italia è uno sport comunque praticato da pochi, anche perché i giornali -sbagliando secondo me- lo ritengono un fastidio, cioè una foglia di fico. Ecco, credo che invece, soprattutto se parliamo di multimedialità, se parliamo di internet e nuove frontiere, il giornalismo d’inchiesta sia un giornalismo che renderà più lenta l’agonia dei quotidiani, che li vivacizzi anche rispetto al potere politico. Perché se i poteri tra loro non si rispettano, come in Italia -perché in Italia la politica non rispetta la magistratura; la magistratura non rispetta la politica; la politica spesso insulta i giornalisti- il giornalismo d’inchiesta è anche, come dire, un sistema immunitario per la nostra professione che garantisce la longevità alla notizia e la diffusione della stessa.

  • Quale ruolo hanno le fonti nella nascita e nello sviluppo di un'inchiesta?

Le fonti sono importanti. Ho basato gran parte della mia attività sulle fonte informative vecchie e nuove, perché è chiaro che offro garanzie di serenità nel rapporto che permette di sviluppare le notizie che le fonti portano. Certo, un minimo di strumentalizzazione bisogna metterla in conto, cioè chiaramente [le fonti] sono strumenti, mezzi del giornalista, direi che è proprio il settore più delicato dell’informazione. C’è sempre una catena di interessi, una catena di montaggio, cioè c’è sempre una catena emotiva psicologica, di rivalsa, di vendetta o di ipotesi di chiarezza, di giustizia, di giustizia sofferta, lamentata nel rapporto con il coniuge, nel rapporto societario professionale, amicale, dirigente. La persona ha compiuto una catarsi nel rendere pubblico un segreto, ora si attende di ottenere in qualche modo una giustizia che altrimenti non avrebbe attenuto in altre sedi! Per entrare nella giustizia; quella con la G maiuscola, è ormai, voglio dire, alla deriva in termini di peso dei processi, di inaffidabilità delle sentenze che vengono sempre ribaltate nei vari gradi di giudizio. Così mi è capitato di incontrare professionalmente amanti, mogli tradite, soci truffati, mi sono capitati dei sottoposti che mal tolleravano le ruberie dei superiori. Mi sono capitate fonti di qualsiasi tipo, a decine ne ho trattate nella mia attività professionale, ognuna aveva una dimensione propria e dei motivi personali; di anonimi anche, no? Ecco, l’anonimo può essere oggetto di un approfondimento. Bisogna sempre stare attenti. Gli anonimi hanno per me una valenza, come dire, pari quasi allo zero. Però se mi arriva un anonimo che focalizza fatti verosimili va considerato come indizio, come punto iniziale di un approfondimento. Un paio di anni fa mi arrivò un anonimo molto incentrato su un’inchiesta che stavo eseguendo e dalla stesura dell’anonimo ho capito che era una persona molto bene informata e quindi ho verificato ed ho scoperto la corrispondenza dei fatti. L’anonimo deve essere sempre e comunque considerato come un punto di partenza e non d’arrivo.
Io credo che se un giornalista si sbaglia -io per primo debbo pagare- perché solo così si da autoregolamentazione. Se parliamo del reato di diffamazione, uno può scrivere quello che vuole però è perseguibile perciò la sua credibilità va a pezzi. Noi giornalisti viviamo sulla credibilità del giornalismo. La credibilità è la moralità corrente per i nostri lettori quindi ci vogliono delle notizie certe. Fare il giornalista per poter sputtanare chi voglio e fare lotta politica con uno strumento importante come quello dell’informazione? No, io non ci sto! Non mi piace.

  • Un’inchiesta è una provocazione, un'informazione oppure un atto d'accusa. Quanta differenza c'è nello scrivere, rispetto ad altre forme come la televisione ed il cinema (quando si occupano degli stessi argomenti)?

Beh, sono strumenti diversi. Un’inchiesta giornalistica è un lavoro con al timone proprio l’informazione. Un atto d’accusa vuol dire fare le cose con un pregiudizio. Un’inchiesta è la spina dorsale del giornalismo anche perché, soprattutto in un periodo come questo, viviamo di notizie inquinate, precostituite, preconfezionate; c’è il catering dell’informazione. E quindi sugli altri strumenti… però io faccio un lavoro molto di nicchia nel senso che io scrivo -non so!- ad esempio… il mio libro ha battuto sino a 180.000 copie che è un numero molto importante però rispetto ai 59 milioni d’italiani è una cosa di nicchia, no? Ne sono consapevole. Io non ho un ruolo, non sono un capopopolo, non sono un politico. Il mio impegno è di fare bene il mio lavoro. Il cinema è una cosa diversa, cioè si rivolge ad un pubblico più ampio -il che ha un’importanza anche questa fondamentale- è chiaro che, magari, la storia ha più tagli. I dettagli investigativi si perdono nella narrazione cinematografica. Credo che sia inevitabile, però. C’è dell’ottimo cinema di investigazione, di ricostruzione di fatti di mafia, di fatti di storia italiana.

  • Perché l'Italia ha così tanti misteri? Perché non si riesce ad arrivare ad una verità giudiziaria?

E’ una domanda interessante. Le risposte, per forza, sono parziali. L’Italia… un’altra moneta… io ho parlato della credibilità che è la moneta tra i giornalisti, ma per il potere la moneta più corrente è il ricatto. Il ricatto selvaggio, assurdo, si basa sull’assenza di notizie su determinati fatti. La possibilità di conoscere segreti e di costituire, tramite segreti, la propria carriera politica e di area professionale è uno sport molto in voga da noi. Quindi in Italia la giustizia funziona a singhiozzo e tutte le grandi vicende rimangono senza verità e senza colpevoli. Uno, un po’ perché noi siamo distratti; due, perché in questo paese ci si occupa soprattutto di lotterie e di madonne pellegrine, ci interessa più sapere se Mouriniho giocherà o non giocherà, ci interessa sapere se, come si chiama… la Canalis sta insieme a George Clooney, se Clooney è bisex o omosessuale; ecco su queste cose ci si dilunga. Quindi c’è un problema di scarsa sensibilità da parte dei molti. La scarsa attenzione consente a quell’industria del ricatto di evitare che poi si arrivi a delle verità. Poi c’è anche un problema della magistratura, perché da noi abbiamo una magistratura incline, o, una parte della magistratura, meglio, che è incline ai titoli in prima pagina e non a mettere la parola fine ad una inchiesta. Tra poco riapriranno anche l’inchiesta sulla strage di Bologna; tra un po’ faranno il processo “Moro dieci”. E’ veramente una via crucis… capire perché l’Italia continua ad avere Ustica. Non c’è una storia che sia risolta… l’Emanuela Orlandi… ad esempio. Cioè, non c’è una storia che… insomma del resto il 90% dei furti in Italia rimane impunito, il 60% degli omicidi rimane impunito. C’è una scarsa incisività dell’azione diretta, al di là dei grandi processi mediatici, ecco, che poco hanno di professionale.

  • Chi pensa siano i suoi lettori? Vi è un fruitore ideale delle inchieste giornalistiche?

Il mio lettore ideale è quello che vive nel dubbio. E’ il lettore che ama il dubbio lo sceglie perché è la chiave per aprire le porte sui fatti. Se uno acquisisce granitiche posizioni pro o contro Tizio, Caio, Sempronio… la certezza impedisce la conoscenza. Poi è un processo psicologico: più sei in mano ai dubbi, ma non ostaggio, più sei portato a sapere; cioè i dubbi ti portano a chiedere a farti delle domande, quindi… il dubbio in alcuni settori è un fatto più che mai positivo, condivisibile. E’ un parere mio, personale. Poi ci sono dei lettori che sono anche su posizioni più radicali e quindi vedono il libro magari uno strumento contro la chiesa o uno strumento contro la religione. Io però, l’ho sempre detto, non ho mai sfruttato questo filone di lettura radicale, sono sempre stato molto pragmatico e anche molto sincero. Io ho detto sempre che questo non è un libro anticlericale, contro la chiesa, proprio perché io sono per il dubbio non sono per le certezze. Perché se fossi per le certezze andrei sulle gradinate di uno stadio a fare il tifo per questa o quella squadra.

  • Vaticano SPA. Finanza e politica. La religione sembra assumere una connotazione ambientale, senza alcuna rilevanza ai fini degli scopi perseguiti dagli interessati. Qual è il limite etico e morale a cui lo Stato del Vaticano ed i suoi quadri dirigenti hanno rinunciato? I “corrotti” ed i “corruttibili” rappresentano una zona grigia oppure sono parte integrante della pratica di ogni governo temporale?

Io non amo molto le generalizzazioni. Credo ci siano persone che godono di fiducia mal riposta, questo sì… in Vaticano come in qualsiasi altro Stato o governo. Questa è la prima osservazione. Bisogna vedere se i miglioramenti sono progressivi. Io credo che, essenzialmente, questa sia la questione o se tutto rimane immobile o, anzi, se le situazioni peggiorano. Adesso, Papa Benedetto XVI, ha fatto un’operazione importante perché con la sua enciclica Caritas in Veritate ha segnato una svolta o, meglio, ha segnato un punto di non ritorno nella politica economica e finanziaria della Città del Vaticano. Perché impone una politica a livello internazionale, un’economia sociale, e perché poi si vuole imporre come interlocutore con i “grandi” anche nella lotta ai paradisi fiscali… e come si fa ad essere contro i paradisi fiscali avendo al centro di Roma, dentro le mura, una banca che è una banca offshore? Diventa un po’ difficile. Certo, se vogliamo fare un discorso più ampio c’è sempre stata questa banca, lo IOR, che ha sempre indotto in tentazione -per usare una parola cara a taluni- malfattori, faccendieri che si sono affacciati sulle finanze vaticane, chi sperando di speculare, chi sperando di approfittare della benevolenza di cardinali e porporati. Bisogna mettere anche qui dei sistemi immunitari in grado di reagire e il primo, credo, sia quello che questa banca debba aderire alle norme che regolano l’attività degli istituti bancari in tutto il mondo. Altrimenti c’è un’antinomia che non è altrimenti superabile.

  • Vaticano SPA. Da osservatore, ritiene sia cambiato qualcosa nelle pratiche dello IOR? Il lettore attento e curioso che cosa potrebbe attendersi nei prossimi dieci anni? La crisi mondiale e le parole spese in favore di una nuova etica finanziaria, possono avere trasformato il quadro da Lei descritto?

Mi si permetta una presunzione, ma credo che Vaticano SPA abbia accelerato i processi di cambiamento all’interno delle politiche finanziarie della Santa Sede. Altrimenti non si spiegherebbe perché, ad esempio, dopo vent’anni -non dopo un giorno, ma dopo vent’anni- il presidente incontrastato, il numero uno dello IOR, Angelo Caloia, ha lasciato l’incarico con un anno di anticipo rispetto alla naturale scadenza del suo mandato. Angelo Caloia è uno dei protagonisti del mio libro che pur non essendosi macchiato di fatti di rilevanza penale, sicuramente può essere -come dire- la culpa in vigilando. Non si è accorto che certe cose avvenivano sotto gli occhi o, meglio, quando se ne è accorto non li ha denunciati all’autorità giudiziaria, ma ha cercato di venire ad un compromesso entro le mura vaticane. Quindi la figura controversa di Caloia esce di scena e questo avviene: uno, qualche mese dopo l’uscita del mio libro; due, qualche mese dopo l’uscita dell’enciclica Caritas in Veritate e credo che se non è un cambiamento, è un segnale politico. Sarà da vedere se poi ci sarà il cambiamento, no?! Del resto, lo ripeto, l’enciclica del Papa è molto importante. Questo Papa sta rinnovando non sta dando un colpo di vernice a delle stanze buie, ma sta cercando di ristrutturare delle organizzazioni che avevano fatto più ombra che luce.

  • Vaticano SPA. Il giornalista è uno storico della contemporaneità? Dopo aver valutato l’archivio di monsignor Renato Dardozzi, quanto ritiene vi sia ancora da scoprire, ricostruire di quelle vicende? Ha avuto l’impressione che vi siano delle lacune nel materiale che ha visionato?

No, nel senso che se noi riprendiamo il filo del discorso di prima, cioè il dubbio è la chiave della conoscenza, allora -secondo me- è chiaro che quando digerisci 5.000 documenti ogni accapo di quelle carte ti porta su altre strade. Per questo dico che rimane fuori il tutto. Io ho esplorato sicuramente un pezzo di terreno importantissimo, ma rimangono foreste inesplorate. Scusi, Lei ha mai letto su un giornale che una collezione di uno stilista italiano facesse schifo? E’ possibile che non ci sia mai nessuno stilista italiano che abbia sbagliato una collezione o forse le aziende di moda sono tra i principali inserzionisti pubblicitari dei giornali. Per forza rimangono le praterie incontaminate. oppure si parla di mafie o non mafie, insomma il giornalista è, sì, uno “storico della contemporaneità”. E’ molto importante questa definizione, la leggo come un ulteriore fardello di responsabilità che noi dovremmo avere. Dovremmo avere. Se dal condizionale si passasse al presente saremmo tutti contenti.


 

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Non voglio dare giudizi avventati!!! Lo seguirò con più attenzione…

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