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Intervista “by e-mail” a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (7 settembre 2009)

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          L’intervista è stata sottoposta a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza via e-mail. Le domande in “normale”, le risposte in “neretto”. 
  •          Che cos’é la libertà d’espressione?
          La libertà di espressione per un giornalista, come per chiunque, è la possibilità di esprimere il proprio pensiero o di esercitare il proprio diritto di critica, nell’ambito delle garanzie sancite dall’articolo 21 della Costituzione. La libertà di espressione, dalla quale deriva direttamente la libertà di stampa, è il più importante tra i diritti che un sistema democratico deve essere in grado di garantire ai cittadini per assicurare la libera circolazione di informazioni, notizie, opinioni e idee, senza le quali non può esistere alcuna partecipazione democratica alla vita pubblica del paese. Per chi ha scelto di fare il giornalista, e per chi intende esercitare fino in fondo il proprio mestiere, rifiutando di trasformarsi in un cortigiano del regime, la libertà di espressione è una pre-condizione essenziale. Senza questa libertà è impossibile informare correttamente i lettori sulle dinamiche del potere e su tutto quello che accade nel paese. Oggi in Italia la libertà di stampa è gravemente minacciata dalla concentrazione politico-editoriale che fa capo al presidente del consiglio Silvio Berlusconi, le cui vocazioni autoritarie sono ormai sotto gli occhi di tutti. Il caso Boffo e lo scontro con la Chiesa, le querele a Repubblica e a L’Unità, dimostrano chiaramente quanto la libertà di espressione e la libertà di stampa siano considerate una minaccia da Berlusconi che pretende di tacitare tutta l’informazione che non può comprare.
  •          Come definireste il vostro stile? Quali sono stati i vostri modelli?
          Non abbiamo idea di come definire il nostro “stile”. Non ci abbiamo mai pensato. Cerchiamo di sviluppare un’inchiesta come un racconto per rendere agevole la lettura di storie complesse e mai facili da “digerire”. Cerchiamo di identificarci con il lettore, immaginando i suoi interrogativi, e facendo nostra la sua voglia di capire, di conoscere, di fare collegamenti. Cerchiamo di essere molto chiari e molto precisi, per aiutarlo a comprendere anche i passaggi più difficili delle inchieste che raccontiamo. In questo siamo enormemente aiutati dalla sintonia raggiunta tra noi. In tanti anni di collaborazione, abbiamo imparato a “viaggiare” sulla stessa lunghezza d’onda.
  •          Che ruolo ha oggi il giornalismo d’inchiesta? Mentre molta stampa sembra vivere di gossip e notizie poco rilevanti.
          Oggi ha assunto un ruolo “supplente”, colmando proprio i troppi silenzi della stampa asservita al regime e di quella che non é asservita ma non vuole creare troppi problemi ai gruppi editoriali di riferimento, che sono ovviamente ammanigliati in un modo o nell’altro col potere politico.
  •          Quale ruolo hanno le fonti nella nascita e nello sviluppo di un’inchiesta?
          Un ruolo determinante. Senza fonti é impossibile cominciare a scrivere. Fonti cartacee, testimoniali, visive, audio. Ma l’input per la nascita di un’inchiesta può arrivare anche molto casualmente, quando, ad esempio, si attiva nella mente un collegamento notando un particolare fino ad allora sconosciuto che apre uno scenario completamente nuovo che é utile ed affascinante approfondire.
  •          Un’inchiesta è una provocazione, un’informazione oppure un atto d’accusa. Quanta differenza c’è nello scrivere, rispetto ad altre forme come la televisione ed il cinema (quando si occupano degli stessi argomenti)?
          Un’inchiesta, per quanto ci riguarda, punta esclusivamente a fare informazione. Se poi diventa un atto d’accusa, allora vuol dire che ha toccato un nervo scoperto del sistema.
  •          Perché l’Italia ha così tanti misteri? Perché non si riesce ad arrivare ad una verità giudiziaria?
          Perché come ogni buona famiglia borghese l’Italia post bellica ha allevato e nutrito un figlio malato, un sistema di obbedienza atlantica al quale, in nome della sicurezza anticomunista, tutto era permesso. Un figlio spesso impegnato in affari sporchi piuttosto che nella tutela della sicurezza nazionale, alleato a volte con gli omologhi avversari dell’est, colpevole delle più orribili nefandezze, dagli omicidi alle stragi, in collaborazione con i pezzi più feroci della criminalità organizzata meridionale e strumentalizzando gli ideali malati di migliaia di giovani terroristi di destra e di sinistra. Quando, alla caduta del muro di Berlino, il figlio malato non serviva più, non si è riusciti a liquidarlo e con lui, ed il sistema criminale proliferato i questi decenni, si é raggiunta un’intesa compromissoria che dura fino ad oggi. Che consente lo scorrere della vita democratica, sia pure a scartamento fortemente ridotto per il continuo restringersi dei poteri costituzionalmente definiti, ma impedisce alla verità di quegli anni, e di quelli che stiamo vivendo, di venire a galla.
  •          Chi pensate siano i vostri lettori? Vi è un fruitore ideale delle inchieste giornalistiche?
          Cittadini animati da una grande passione civile che vogliono sapere cosa è successo in Italia dal dopoguerra in poi. Come e perché sia la Prima che la Seconda Repubblica italiana siano state fondate sulle stragi (da quella di Portella delle Ginestre all’estate di sangue del ‘92), come e perché l’Italia sia sempre stato un paese “a sovranità limitata”, le cui scelte politiche in un modo o nell’altro sono state sempre influenzate o “eterodirette” da interessi e strategie atlantiche. A questi lettori noi offriamo informazioni su alcuni “pezzi” del recente passato italiano, che nessuno troverà mai sui libri di storia.
  •          Profondo Nero. Non crede che in altri paesi un libro del genere avrebbe causato discussioni infinite e forse uno scandalo? Perché qui in Italia uno scoop documentato viene quasi sempre passato sotto silenzio?
          Perché in Italia, fin dal 1975, ha fatto comodo a tutti liquidare il delitto Pasolini come l’uccisione ‘accidentale’ di un frocio. Alla destra, per coprire la matrice reale di quel delitto politico e soprattutto per evitare che si cercassero i mandanti; e al Pci (che aveva espulso Pasolini per immoralità) perché quella fine da frocio in qualche modo assolveva il partito dall’intolleranza più volte manifestata nei confronti di Pasolini.
  •          Profondo Nero. Non vi sembra che, nella sua grandiosa ambiguità, la figura di Mattei sia, nel bene e nel male, una sorta di archetipo italiano?
          Lo é senz’altro. Nel bene e nel male. É la parte migliore degli italiani che credono nel lavoro, nel progresso, nella democrazia, con una determinazione e una volontà senza pari. Ma l’Italia di quegli anni é un paese bloccato dalla volontà egemone degli Usa, e i partiti italiani ne subiscono le conseguenze. Mattei non esita a pagarli, quei partiti, per condizionare le decisioni in Parlamento in favore dell’Eni, ma lo fa tenendo presente il fine ultimo dell’interesse dello Stato. Tra Mattei corruttore, che purtroppo ha insegnato agli italiani la corruzione (ma ci sarebbero arrivati presto anche da soli) e le tangenti di oggi c’e’ una differenza abissale. Mattei é morto senza avere lasciato alcuna ricchezza ai suoi familiari.
  •          Profondo Nero. Perché, secondo voi, poi ci si accontenta di verità storiche raffazzonate o del tutto implausibili, quando prima qualcuno ha provato a fornire spiegazioni magari discutibili, ma certo più sensate di quelle ufficiali?
          Perché più sono banalizzanti, parziali e di comodo, più le ricostruzioni risultano rassicuranti. Chi ha voglia di scoprire che il proprio Paese é più o meno simile ad uno staterello sudamericano governato da potentati stranieri? Chi ha voglia di scoprire che il proprio Paese é da sempre governato da un sistema politico-affaristico che più volte é ricorso alla manovalanza criminale per risolvere conflitti e tensioni? Chi ha voglia di scoprire che le stragi non sono opera di Cosa nostra, ma che c’é stata una volontà “politica” superiore di destabilizzare l’Italia per creare un ribaltone istituzionale nel ‘92? Tutto questo é molto angoscioso. Meglio credere a tutte le fandonie che ci raccontano le fiction tv su Falcone e Borsellino, oppure su Riina e i corleonesi, sempre appiattite su una visione minimalista della mafia e del suo rapporto con “entità” superiori.

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