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Intervista “by e-mail” a Stefania Limiti (6 ottobre 2009)

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      L’intervista è stata sottoposta a Stefania Limiti via e-mail. Le domande in “normale”, le risposte in “neretto”. 
  •         Che cos’è la libertà d’espressione?
         E’ la possibilità di poter utilizzare i propri strumenti culturali ed ideologici, con senso di responsabilità nei confronti della collettività, per esprimere la propria ricerca sui fatti e sulla realtà nella quale viviamo.
  •         Come definirebbe il suo stile? Quali sono stati i suoi modelli?
         Non so se ho uno stile… forse, spero, ci arriverò! Per il momento cerco di fare il meglio come giornalista d’inchiesta, per raccogliere informazioni ed elaborarle in modo che possono contribuire ad aggiungere nuove informazioni sulla nostra realtà. Sicuramente tra i miei modelli c’è la sintesi ed il rigore di Luigi Pintor, un uomo di cui il giornalismo avrebbe molto bisogno.
  •         Che ruolo ha oggi il giornalismo d’inchiesta? Mentre molta stampa sembra vivere di gossip e notizie poco rilevanti.
         I giornali, è evidente, sono poco interessati alle inchieste: costano molto e fanno vendere poco. Il gossip fa fare cassa in modo facile. Anche le testate che pubblicano spesso lavori di inchiesta non hanno la continuità che invece richiede la ricerca della verità che sta dietro i fatti. Tuttavia, credo anche che i giornalisti d’inchiesta non manchino proprio: ci sono anche molti giovani, come mi è capitato di scoprire andando in giro a presentare il mio libro, che cercano con passione di fare inchiesta, purtroppo avendo il problema di trovare però uno stipendio adeguato per vivere…
  •         Quale ruolo hanno le fonti nella nascita e nello sviluppo di un’inchiesta?
         Essenziale. Cercare le fonti e, soprattutto, selezionarle è il motore dell’inchiesta: bisogna esercitare in questo la propria cultura e la propria capacità di non cedere all’idea di facili scoops… Ciò è necessario non essere ostaggio delle proprie fonti, altrimenti si racconta solo la loro verità, anziché elaborarla alla luce di criteri professionali.
  •         Un’inchiesta è una provocazione, un’informazione oppure un atto d’accusa. Quanta differenza c’è nello scrivere, rispetto ad altre forme come la televisione ed il cinema (quando si occupano degli stessi argomenti)?
         Per rispondere dovrei aver praticato televisione o cinema ma non è così, purtroppo! Tuttavia, mi sembra che si possa dire una cosa: lo scrivere impone una elaborazione ‘fitta’, puntuale, senza appelli. Non ci si può affidare ad un documento visivo o, in genere, alle suggestioni delle immagini. Con ciò non voglio dire che sia più faticoso: ad esempio, alcune inchieste di Maurizio Torrealta, ad esempio, ci hanno abituato al rigore delle parole e delle immagini. Certo, le parole scritte ammettono pochi giochi ma credo che ogni strumento dia l’opportunità di esprimersi: l’importante è sapere utilizzare e farlo con senso di responsabilità nei confronti di chi ci legge, o ci vede o ci ascolta.
  •         Perché l’Italia ha così tanti misteri? Perché non si riesce ad arrivare ad una verità giudiziaria?
         Perché abbiamo avuto classi dirigenti colluse che hanno utilizzato ogni strumento per impedire l’accertamento delle responsabilità e perché il nostro è un paese di grandi ricatti e di ancora più grandi depistaggi. Tutto è finito sotto un enorme tappeto nel quale ognuno ci ha messo la propria bugia. Questo ha bloccato la nostra democrazia con le conseguenze che sono purtroppo sono gli occhi di tutti noi, visto che orami abbiamo un presidente del Consiglio che domina completamente l’informazione.
  •         Chi pensa siano i suoi lettori? Vi è un fruitore ideale delle inchieste giornalistiche?
         Non credo che esista un fruitore ideale: ci sono molte persone di diverso orientamento politico, anche con diversissimi strumenti culturali, che vogliono sapere la verità su tanti fatti oscuri che hanno accompagnato ed insanguinato il nostro paese. Credo che questo enorme bacino di lettori non smetterà mai di cercare le inchieste, soprattutto perché l’informazione dominante non offre elaborazioni che soddisfano la loro curiosità o il loro senso civile, di cittadini che non vogliono assorbire passivamente un giornalismo imbavagliato.
  •         L’Anello della Repubblica. Da questo libro esce l’immagine di una destra estrema non opposta in maniera anche violenta al regime partitocratico, bensì ad esso contigua. O no?
         Se in Italia c’è stato un pericolo per la tenuta democratica delle nostre istituzioni, questo è venuto senz’altro dalla destra eversiva che è stata alleata e strumento di poteri forti, interessati a mantenere il caos nel nostro paese. Mentre l’eversione di sinistra, seppure infiltrata e anch’essa strumentalizzata, è stata anche un fenomeno che ha coinvolto migliaia di persone che guardavo alle trasformazioni sociali e ad un futuro senza classi, l’eversione di destra è stato più un fatto circoscritto a personaggi inquietanti di cui oggi sappiamo molto spesso le connessioni con pezzi dello Stato, come i servizi segreti e gli stessi partiti.
  •         L’Anello della Repubblica. L’idea che emerge è quella di un paese a democrazia limitata: la DC, in questo ha avuto più un ruolo negativo o positivo, nel senso che ha comunque evitato derive “argentine” più volte nel paese?
         Se in Italia ci sono state risparmiate derive argentine è soprattutto perché abbiamo avuto una enorme forza di opposizione, radicata e popolare che ha potuto vigilare sulla tenuta della nostra democrazia. Quanto al senso di responsabilità della Dc, mi pare che sia stato alquanto debole, nonostante anche la Dc sia stata un grande partito nel quale convivevano interessi e spinte spesso molto contrastanti.
  •         L’Anello della Repubblica. Come giudica i ripetuti tentativi di tacciare a livello di dietrologia queste argomentazioni? Sono disinteressati o fanno parte di una strategia precisa di disinformazione?
         Si tratta di tentativi tesi ad impedire che una verità diversa da quella che ci è sempre stata raccontata emerga e convinca l’opinione pubblica. Spesso questi ‘avantologi’, come li chiama uno dei più bravi giornalisti d’inchiesta del nostro panorama giornalistico, Sandro Provvisionato, sono mossi anche da invidia personale nei confronti dei colleghi ma questo, ovviamente, non giustifica affatto la loro totale miopia culturale e politica.

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