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Hemingway E., Addio alle armi, 2007

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hemingwaye-addioarmi Ernest Hemingway, Addio alle armi, Milano, Mondadori, 2007, pp. 320
La guerra è un continuo, prepotente, criminale, sporco delitto; è la bassezza più infima che l’uomo abbia mai raggiunto; è il punto di non ritorto tra la civiltà e la brutalità. Brutalità non intesa come selvaggia perdita di controllo, perché non vi è nulla di naturale nell’atto guerresco. In natura la morte è una costante giornaliera legata al ciclo della vita, ma il massacro sistematico e numericamente spropositato non ha nulla a che fare con il termine vita. La guerra è la più grande delle tante e incomprensibili nefandezze di cui si è macchiato lo “strano” animale uomo.
Ma la guerra è combattuta da gente che nella singola esperienza personale riesce a restituire a questo evento una parvenza di naturale passaggio esistenziale. Nella singola visuale la guerra diviene vita, non tanto più tragica della pace, perché la vita stessa è tragedia; è spietata selezione naturale mascherata da quell’apparato che Rousseau chiamava Contratto sociale.
La grandezza di Hemingway, con il suo stile senza fronzoli, è proprio quella di descrivere questi due livelli senza buonismi o mezze misure, ma in un eccesso di realtà che diviene aulica comprensione della natura umana. Perché ogni essere umano si ritiene buono e speciale, ma ognuno in fondo cade nella bassezza e nella predisposizione a perseguire il proprio interesse.
In definitiva Addio alle Armi non è un romanzo sulla guerra, ma l’opera per eccellenza sulla vita.
“Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete fra questi potete esser certo che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura”.

La scheda di Dario Gigli
 
Incipit
  • Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.

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