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Camilleri A., Le pecore e il pastore, 2007 - Una faccenda ignorata; tra Storia e cronaca

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camilleria-pecorepastore Andrea Camilleri, Le pecore e il pastore, Palermo, Sellerio, pp. 127, € 10
“Penso che appartenga al dovere di uno scrittore scrutare le cose già scritte da altri. Forse ho una mente particolarmente addestrata a cogliere le incongruenze, le contraddizioni degli altri”. Potrebbe essere simile a questa (rilasciata da L. Sciascia nel novembre 1982 al giornalista G. Nascimbeni del “Corriere della Sera”) la risposta ad una delle tante domande che porrei a Camilleri durante una ipotetica intervista. In particolar modo adesso, momento in cui sembra essersi chiusa la parentesi Montalbano, colpita la sottoscritta, ma non sorpresa, dal fatto che lo scrivere di Camilleri tenda a farsi più sofisticato, si fletta in scrittura da analizzare alla luce dell’intertestualità, senza perdere né forza d’immaginazione, né scatto sul peso del dato storico, e neppure capacità d’analisi ironica sul contemporaneo.
Camilleri avrebbe potuto (vedi anche quanto sottolineai nella recensione a Il colore del sole) romanzare su I luoghi, su I personaggi, sfruttare Il fatto, far echeggiare La lettera, indagando e scavando ancor più che nelle Ipotesi, al fine di costruire un caso.
Da una parte quel riparlare il dialetto che sembrava ucciso dai mass-media, quel sentirsi testimone/investigatore del proprio tempo oltre che scrittore di e per ogni tempo –cito liberamente dal pensiero di Sciascia-, e dall’altra quell’andare di citazione in citazione per finire con l’affidare alla Bibliografia ogni desiderio d’estraniazione, conducono al bisogno d’autenticità. Ad iniziare da «un’iscrizione su una parete tanticchia prima del basso ingresso alla grotta» al brano tratto dalle Costituzioni delle monache benedettine del S.S. Rosario di Palma, passando da come e cosa scrisse il vescovo Peruzzo nelle lettere pastorali, ai parroci, sino ai brani de Il Gattopardo, alla «scrittura «inventata»» «di una delle due famose lettere di cui parla Tomasi di Lampedusa», sino agli stralci dal «Giornale di Sicilia», al libro di Enzo Di Natali e alla nota a piè di pagina in cui si dice delle dieci monache «che lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore», senza soffermarci sulla «traduzione-interpretazione chiarificatrice» del protagonista/autore di quanto letto e compreso.
Una necessità di conferma costante per il Camilleri/lettore che, dapprima confessa «non credevo ai miei occhi», poi «’mparpagliato dalla lettura di quelle righe» tenta di fare ordine nell’attribuzione delle affermazioni.
«L’offerta e il cambio» fulcro della narrazione/atto di lettura susciteranno nel lettore emozione e, di conseguenza, provocherà una forte impressione la ricerca svolta tra le righe dei documenti da Camilleri/investigatore di quel qualcosa che si potrebbe definire quale tranquillizzante smentita se non fosse beffardamente l’altra parte della medaglia, quella della dichiarazione di veridicità.
Nel risvolto della quarta di copertina Salvatore Silvano Nigro, riproducendo in sintesi la mappa dell’interrogarsi di Camilleri su passato e presente, scrive:”la temperatura della scrittura cambia gradazione. Si accende nel seppiato delle rievocazioni. Si stempera nel bianco e nero dell’inchiesta”. Tra l’incerto ricordare del confessore riguardo il sacrificio delle suore dal 10 al 18 luglio 1945 (nove o dieci le suore i cui cadaveri vennero sepolti avvolti nei lenzuoli perché non si sapesse della loro morte al di fuori del monastero?) ed il dibattito su eutanasia, testamento biologico e suicidio assistito che dal settembre 2006 ha iniziato a scuotere prepotentemente l’opinione pubblica, cresce il primo spunto di riflessione. Tra quel «ma non lo sapremo mai» e «la vita non è negoziabile», tra l’incertezza della Storia e la certezza della cronaca, in quella sorta di percorso a ritroso (fatto di ragionata riscrittura, disarmante intertestualità, rincorrersi di leggittimanti citazioni) effettuato da Camilleri che struttura Le pecore e il pastore, si coglie il messaggio.
E’ l’amore per gli altri che supera quello per se stessi, il tema del comunicato conclusivo dell’inchiesta svolta da Camilleri, oppure lo è il ritenersi padroni della propria vita al punto di giocarsela e decidere di porvi termine (il quando, come e perché, secondo prospettive personali)? Riflessioni che trovano terreno di radicamento nei cunicoli della Quisquina (verso il 1150 vi si ritirò Rosalia, poi nel 1600 proclamata Patrona di Palermo), sprofondano nei secoli riemergendo con figure quali Salvo D’Acquisto e Massimiliano Kolbe, mentre intorno e durante germogliano storie di banditismo, di separatismo, complicità, favoreggiamenti malavitosi, fascismo, fanatismi, nell’inalberarsi purtroppo frondoso dell’attualità. Tragica, tuttavia affrontata narratologicamente da Camilleri, non smanioso di giudicare, né di arrivare o spingere a conclusioni, che riesce anzi a mantenersi equidistante dalle differenti posizioni, affiancandosi al lettore, ponendosi tra i lettori, chiedendo a se stesso e ad essi «Sarebbe il caso?» di andare oltre? Compromettersi oltre le strategie narrative? Ogni lettore diverrà un Camilleri, leggendo Le pecore e il pastore, e la propria lettura darà luogo ad una riscrittura (vedi anche la recensione a Il colore del sole) ad una traduzione-interpretazione chiarificatrice tentando di dare una risposta captante l’eventuale sintonia tra presente e passato. Della Storia e d’ognuno.

La scheda di Antonella Chinaglia

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