Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Torino, Einaudi, 2003, pp. 320, € 9,50 Un libro articolato, non complesso, che si presta a diverse letture. Un’analisi sferzante, spesso introspettiva, che non riguarda tanto lo sterminio e gli sterminatori, questi ultimi intesi come gli ideatori e gli esecutori materiali, bensì chi si pone fuori dalla mischia ideologica e perfino chi ne è controparte.
Un libro, dunque, sulla coscienza, non solo quella di Eichmann, ma anche la nostra di lettori e spettatori, più o meno informati e coscienti di quella tragedia e di quelle che ancora oggi si perpetrano in nome di qualsiasi illusorio ideale (tale proprio perché contempla l’assassinio). Chi sono i diavoli? Per fare un grande male c’è bisogno di un grande Satana? Considerazioni, dunque, su una “colpa” che non diviene meno reale perché largamente condivisa o meno tangibile perché se ne possiede una porzione irrisoria. Un libro scomodo spesso volutamente frainteso, molto trascurato oppure apparentemente assorbito senza però avere introiettato i suoi significati più reconditi: chiunque può essere o, meglio, è parte dello sterminio. Le stesse vittime, pur rimanendo drammaticamente tali, assumano una valenza diversa in un quadro d’insieme che coinvolge la coscienza di ognuno di noi.
In questo libro troviamo la riflessione storica sul nazismo ed i nazisti; quella sociologica contemporanea sugli spettatori della shoah e del processo, sulle vittime divenute non solo accusatori, ma anche giudici; quella filosofica su quanto siamo, in realtà, permeati dall’incapacità di non commettere il male (non errori), o sulla nostra finta inconsapevolezza; quella etica sull’individuazione del male; quella morale sul rapporto, soggettivo e sociale, della scelta di ciò che è giusto o sbagliato. In altre parole: un libro che ci costringe ad una riflessione prima di puntare il dito nell’atto dell’accusa su taluni e far seguire, poi, una sentenza di colpevolezza assoluta che, per noi stessi, equivale ad altrettanto incondizionata patente consolatoria e assolutoria.
Il testo definitivo venne redatto, alla fine del 1962, come rielaborazione dei resoconti giornalistici pubblicati sul The New Yorker del clamoroso processo a Karl Adolf Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 1961, che la Arendt seguì come inviata. Non una cronaca, bensì un’ analisi dell’idea stessa del “male” che va al di là dei “grandi diavoli” come Hitler e scavalca persino le figure di secondo-terzo piano come i tristemente noti Reinhard Tristan Eugen Heydrich, der henker ossia il “boia di Praga”, oppure Josef Mengele, l’”angelo della morte” di Auschwitz, per arrivare persino oltre il livello dei capi sezione e toccare i burocrati, più o meno consapevoli delle atrocità conseguenti il loro lavoro. Eichmann, Obersturmbannführer (un grado tra colonnello e generale senza alcuna corrispondenza con la gerarchia dell’esercito), non ebbe mai un peso politico, né arrivò a gestire un ufficio, ma fu sempre un dipendente del RSHA, il Reichssicherheitshauptamt (ufficio centrale per la sicurezza del Reich), prima di Heydrich e poi gestito da Ernst Kaltenbrunner, mentore nazista di Eichmann. Indubbiamente un importante subalterno, considerato esperto di ebrei e sionismo, nonché particolarmente abile nello sgombero di grandi concentrazioni, come a Vienna, dopo l’Anschluss, o Praga, dopo l’occupazione della Cecoslovacchia, quindi qualificato per partecipare alla Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942), in cui venne definitivamente approvata l’eliminazione fisica degli ebrei e delle razze inferiori: la soluzione finale. Eichmann, materialmente non uccise ebrei (almeno stando ai documenti), ma dal 1942 ricoprì l’incarico di coordinatore e responsabile della macchina delle deportazioni o, meglio, colui che materialmente provvedeva a organizzare i convogli ferroviari per i campi di concentramento e quelli di sterminio, sino a gestire in prima persona la deportazione degli ebrei ungheresi (1944): “lo spedizioniere di Hitler”. Non una posizione di rilievo e nemmeno una di grande prestigio che gli concedesse la possibilità di entrare nella élite nazista, ma rimase sempre un “oscuro burocrate”, poco apprezzato dai superiori e dai camerati che gli rimproveravano un matrimonio “impuro”, con una moglie non ariana, l’inclinazione all’alcol e l’eccessiva disponibilità verso le donne.
La Arendt non propone la cronaca del processo, bensì ne utilizza la cronologia come strumento per scandagliare gli eventi e le persone. Va al di là della sale del tribunale per ricostruire e contestualizzare i fatti, affrontare le testimonianze, valutare i limiti di un’impostazione ideologia ponendo esplicitamente il “perché non ci ribellammo”, già in parte uscito nel quindicennio precedente, sino al mettere in crisi e a mettere sotto i riflettori anche gli stessi dirigenti delle comunità ebraiche: «Così l’omissione più grave, nel “quadro generale”, fu una deposizione che parlasse della collaborazione tra governanti nazisti e autorità ebraiche che permettesse di porre la domanda: “Perché contribuivate alla distruzione del vostro stesso popolo e in ultima analisi alla vostra stessa rovina?”» (p. 131) Non tralascia di porre in evidenza il ruolo dei “moderatori” ossia di quei funzionari civili che rimasero in servizio con il nazismo «per svolgere opera di “moderazione” e per non essere sostituiti da “nazisti veri”.» (p. 135) ancora in organico con i governi di Konrad Herman Josef Adenauer. Arrivando sino a toccare i privilegi sociali riconosciuti a certe fasce: «Nella Germania di oggi quest’idea degli ebrei “illustri” è ancora viva. Mentre non si parla più dei veterani e degli altri gruppi privilegiati, si deplorano ancora i maltrattamenti inflitti agli ebrei “famosi”. Più d’uno, soprattutto nei circoli intellettuali, seguita a deplorare pubblicamente che la Germania costringesse Einstein a far fagotto; ma sembra che costoro non si rendano conto che delitto molto più grave fu uccidere il piccolo Hans Cohn, che abitava all’angolo, anche se non era un genio.» (p. 141)
Prima di tutto introduce il carattere del processo scalfendo l’idea di giustizia che si voleva alla sua base. Si tratta di un evento politico voluto (La Corte), da David Ben-Gurion in cui Eichmann non erano imputato per ciò che aveva commesso in prima persona, bensì figurava come complice delle sofferenze inflitte al popolo ebraico. Un aspetto che, tutto sommato, si riteneva fosse stato posto in secondo piano nel processo (meglio sarebbe nei processi), di Norimberga, quattordici anni prima e nemmeno una corte internazionale avrebbe veramente valutato accusando l’imputato di atrocità verso l’umanità e non un popolo specifico; la vittima principale.
I capitoli successivi descrivono non solo la carriera del imputato Eichmann (L’imputato; Un esperto di questioni ebraiche), ma il clima generale della Germania degli anni Trenta, l’affermazione del nazismo ed i primi passi della discriminazione che portarono alle leggi razziali di Norimberga (1935). In un crescendo cronologico la Arendt affronta le soluzioni della questione ebraica (La prima soluzione: espulsione; La seconda soluzione: concentramento; La terza soluzione: sterminio), e sono particolarmente significativi i titoli dei due capitoli successivi: La conferenza di Wansee, ovvero Ponzio Pilato e I doveri di un cittadino ligio alla legge. Nel primo vi la strategia dello sterminio viene condivisa: «La riunione si era resa necessaria perché la “soluzione finale”, se doveva essere applicata in tutta l’Europa, [era già realtà in molti territori sovietici conquistati] richiedeva qualcosa di più che il tacito consenso dell’apparato statale: richiedeva la collaborazione attiva di tutti i ministeri e di tutti i servizi civili.» (p. 120) «Come disse Eichmann, Heydrich “si aspettava d’incontrare grandissime difficoltà.” E invece, nulla di più infondato di questo timore.» (p. 121) L’assenza di opposizione ebbe per Eichmann un valore assolutorio; «“In quel momento mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa.”» (p. 122) «Eichmann spiegò che se riuscì a tacitare la propria coscienza fu soprattutto per la semplice ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale.» (p. 124)
Seguono i capitoli sulle deportazioni (dal IX al XIII), che coprono l’intera Europa, dalla Danimarca all’Italia, dal canale della Manica agli URSS e I centri di sterminio dell’Europa orientale, poi Prove e testimonianze e la parabola si chiude con Condanna, appello ed esecuzione. Il libro si chiude con due capitoli in cui la Arendt riannoda molte contraddizioni emerse nelle pagine precedenti. L’Epilogo si apre con un’affermazione assai dura: «Le irregolarità e le anormalità del processo di Gerusalemme furono tali e tante e così complesse, da offuscare i problemi centrali, morali, politici e anche giuridici che inevitabilmente si ponevano.» (p. 260) Mentre Le polemiche sul caso Eichmann riepiloga, in modo critico, le fonti da cui la Arendt ha attinto le controversie che riguardarono il processo.
Il libro della Arendt, per quanto di facile lettura, non andrebbe affrontato a digiuno di conoscenza di quegli anni. Nonostante il grande sforzo di contestualizzare, le sue considerazioni vanno oltre e, necessariamente, devono presumere la conoscenza, almeno ad ampio raggio, degli anni Trenta e Quaranta se non dei meccanismi che portarono il nazismo al potere. Sarebbe opportuno, poi, prendere in esame la storiografia che, dopo l’uscita del libro, ha cominciato a cambiare prendendo sempre più in considerazione gli aspetti singolari di quel regime.
Una delle opere fondamentali per capire il nazismo. Un pugno al nostro io assoluto, se il nostro senso critico, o la nostra sensibilità, o la nostra coscienza, o la nostra capacità di autocritica, ci consente di valutare oggettivamente molti dei nostri comportamenti verso gli altri che, in realtà, non sono così diversi da noi.
Mi rendo perfettamente conto di quanto sia superficiale questo breve testo (nonostante la sua prolissità), rispetto all’importanza di un volume come La banalità del male. Molto vi sarebbe ancora da sottolineare, discutere, meditare. Hannah Arendt non si può contenere in poche righe e il suo libro merita di essere letto e riletto a distanza di tempo.
Da conservare a portata di mano.

