Giovanni Russo, Con Flaiano e Fellini a via Veneto. Dalla «Dolce vita» alla Roma di oggi, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2005, pp. 208, € 14,00 Il saggio di Russo è un vorticoso susseguirsi di articoli – redatti dall’autore ed apparsi, nell’arco di più di cinquant’anni, su alcuni dei più noti quotidiani e riviste a cui egli collaborò – che ricorda propriamente lo stile di Ennio Flaiano o, più nello specifico, del Flaiano de Le Ombre bianche, un’altra Aquila (Premio Estense, 1972).
In tale contesto, Roma, e Via Veneto in particolare, rappresentano o, meglio, rappresentavano non solo mezzo secolo di storia, bensì un microcosmo in cui chiunque poteva permettersi di sognare.
Dopo la dedica, “a Giulietta”, la quale, probabilmente, costituisce un ulteriore riferimento a Giulietta Masina, moglie di Federico Fellini, il giornalista esordisce – basandosi e prendendo le mosse dalla propria esperienza personale – esplicitando il significato acquisito per lui, nel corso del tempo, dalla Città Eterna.
Infatti, il primo capitolo (Cos’era Roma per me) – un’autentica Introduzione al libro – assume la forma di un racconto in prima persona, una sorta di “amarcord”, per citare ancora una volta Fellini: “una regola di buona educazione, oltre che di giornalismo è di non parlare di sé quando si scrive di un fatto, di una persona o di un libro. Chiedo scusa se non la rispetterò appieno…”.
Per Giovanni Russo, come del resto per molti suoi coetanei approdati a Roma, dal sud d’Italia, in giovane età, il mito di Roma “aveva lo stesso valore delle storie degli indiani del Far West o di certe fiabe nordiche piene di orrori e di eroi mirabili; era una Roma di immaginazione, di favola…che stendeva un velo sulle verità sociali, economiche e civili della società meridionale e italiana”. Poi, gradatamente, venendo a contatto con le sue molteplici realtà, “il volto di Roma stava profondamente cambiando dentro di me”; si tratta, per ammissione stessa dell’autore, di una “conquista della maturità”, avvenuta dopo aver interiorizzato le regole di questa singolare città: “la Roma dei primi anni era…Una Roma ostile, che mi faceva già fin da allora capire come mi avrebbe, oltre che attratto, respinto”.
Così, l’immagine scolastica e patinata dei libri di storia ha ceduto il passo ad un’indagine più realistica e profonda. “Insensibilmente ed inconsciamente – scriveva Russo in un articolo del 1975 – il mito di Roma, un mito che viveva sui sette colli della fantasia infantile, si andava erodendo e al suo posto emergevano la Roma umbertina, la Roma dei nuovi quartieri dei ricchi, dei Fori italici mussoliniani, la falsa grande Roma ricreata sul mito dell’antica, allora meta del borghese immigrato che si estasiava davanti a quei marmi retorici”; nondimeno, essa fu per l’autore incomparabile teatro di incontri, conquiste e momenti felici: “Roma è ancora la scoperta del primo whisky ai tavolini dei caffè di via Veneto…Il primo giornale in cui ho lavorato…le chiacchierate con Ennio Flaiano, la sala stampa…Roma è la storia d’Italia che si incanala tra le sue strade intasate di automobili che col loro rombo ne incrinano i ruderi e le mura dei palazzi…è l’alba vista quasi da ragazzo fuori da una tipografia…”. Ma, al contempo, è altresì “un mondo sconosciuto dove baluginavano le insegne al neon nelle borgate e nei quartieri della periferia che accerchiano la Roma barocca, la Roma classica, la Città del Vaticano; questa fungaia di cemento che rappresenta il grande formicaio dell’anima italiana”. Insomma, da tempo incommensurabile, Roma è “lo specchio di un’Italia in cui tutti i suoi difetti vengono filtrati attraverso la sua morbida aria”.
C’è una frase, scritta da Corrado Alvaro nel 1933, che può divenire emblematica per definire il contenuto più autentico di quest’opera di Russo: “Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita e resta sempre quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessun aspetto di essa è familiare e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutti i suoi caratteri”.
Tuttavia, nell’ambito dell’intera raccolta di articoli, Russo alterna alla cronaca o, meglio, riesce a fondere in essa, una variopinta galleria di persone realmente incontrate che, immancabilmente, divengono altrettanti personaggi delle vicende riportate e narrate. Tra gli altri, è possibile menzionare i più significativi, come, ad esempio, “il commendatore”, che faceva, per così dire, da intermediario nella compravendita degli appartamenti appena costruiti – alla fine degli anni ’50 – in un nuovo quartiere di Roma, il Trionfale: “Il quartiere nuovo, giorno per giorno, l’ho visto crescere, allargarsi, trasformarsi, popolarsi. Sulle aree, dove prima sorgevano le fornaci di mattoni dai muri di color rosso fumo, sono stati costruiti i primi palazzi, rettangolari come nei disegni dei bambini…Maestro negli allettamenti e nel tessere le lodi delle comodità e delle bellezze dell’alloggio, era un tizio, chiamato “il commendatore”, con il volto atteggiato a cordialità ma gli occhi avidi…”; nel frattempo, “gli antichi tram sono stati sostituiti dai filobus” come, più tardi, la Lira verrà soppiantata dall’Euro. Oppure, ci troviamo al cospetto della classica “signora dell’ultimo piano – quasi un personaggio dell’Umorismo pirandelliano – una sessantenne dai capelli malinconicamente tinti di rosso e la pelle diafana…”. E, ancora, attraverso le parole di una “guida” – “un giovane, dalla faccia sveglia che fa il “corriere”, accompagna, cioè, ogni due mesi, in Europa, la comitiva di turisti che partecipano a viaggi collettivi” – Russo tratteggia così l’identità dell’innumerevole stuolo di turisti che, giorno dopo giorno, “invade” la Città Eterna: “gli americani medi nutrono delle prevenzioni verso l’Italia. Se la immaginano come l’hanno vista nei nostri film neorealisti. Dopo, però, se ne tornano a casa entusiasti: da noi trovano la civiltà, là c’è solo progresso”. Ma, gli esempi potrebbero continuare a lungo, perché l’autore assorbe l’insegnamento di un maestro come Fellini, il quale, costantemente e senza sosta, “si appostava per sorprendere quei lampi d’umanità sconvolgente, le deformazioni di volti e di corpi che egli trasferiva sui personaggi: maschere di eccezionale efficacia”.
Ciò nonostante, il culmine della raccolta viene raggiunto quando Russo si sofferma a descrivere la varietà e la ricchezza proprie dell’atmosfera culturale che si respirava a Roma, attorno al 1950/’60, negli anni, appunto, della “Dolce vita”. E’ questa, infatti, l’epoca che consacra l’affermazione, in letteratura, al cinema e nelle arti in genere, del cosiddetto filone del “neorealismo”, con i propri registi (ad esempio, Antonioni, De Sica…), divi e dive (Anna Magnani, Sophia Loren…) d’elezione; in cui si affacciano sulla scena nuove figure come i “tanto discussi e disprezzati fotografi o paparazzi – come erano chiamati, perché il più intraprendente fra loro si chiamava Paparazzo – divenuti il simbolo degli anni ’50”, in quanto, soltanto il loro intervento era in grado di “mantenere il divo alla ribalta”, nondimeno, “privati dell’immagine dei loro cari “divi”, milioni di esseri umani” avrebbero dovuto rinunciare “all’evasione costituita dalle loro favole” e, di conseguenza, prendendo atto della realtà che li circondava, sarebbero stati costretti “a guardare in se stessi”.
Sono gli anni d’oro dei celebri Caffè di Piazza del Popolo – capolavoro di Giuseppe Valadier, il cui nome deriva dai pioppi che nei tempi antichi la ornavano – e di Via Veneto, attorno ai quali ruotava, in quel secondo dopoguerra “tutto il mondo letterario e artistico”, politico e culturale: “un giovane che arrivava dalla provincia, la sera, tra i caffè di piazza del Popolo e quelli di via Veneto, poteva incontrare personaggi celebri del cinema, del teatro, della letteratura…la società letteraria cinematografica romana degli anni ’50, quella che dette poi l’ispirazione alla ‘Dolce vita’, la parabola filmica creata da Fellini e Flaiano, che notte e giorno pattugliavano la strada in cerca di spunti, si spostava entro questi segni zodiacali, secondo abitudini, idiosincrasie, affinità di gruppo o di classe…I ritmi e le frequenze cambiavano secondo gli orari delle giornate e delle stagioni”. Infatti, anche attualmente, sarebbe impossibile identificare un luogo diverso in cui avrebbero potuto vedere la luce così tanti capolavori. E’ un’ulteriore prova, altresì, “del forte legame che, come un cordone ombelicale, unisce la cultura e l’arte romana al cinema”.
Entrare in questi ed in altri locali (come “Cesaretto”), considerati veri e propri “cults” dell’epoca, costituiva una sorta di iniziazione: “Vi ero stato introdotto – racconta, ancora, l’autore – da Ennio Flaiano. Il locale era frequentato da letterati, artisti, uomini del cinema, giornalisti, quasi tutto il mondo della cultura romana, dai più celebri a giovani e sconosciuti. Capitava così di potersi sedere accanto a Bassani e a Soldati o a Guttuso. I nomi sarebbero tanti. Di tanto in tanto capitavano Carlo Levi, Giuseppe Ungaretti e tra i politici Pertini e Einaudi…C’è stato anche un momento negli anni ’60 in cui accanto ad artisti e scrittori italiani c’erano famosi personaggi stranieri…Era un ambiente familiare ma anche cosmopolita”.
Purtuttavia, Via Veneto “non era solo la dolce vita e i paparazzi”, bensì è stata anche “il simbolo di una Roma che usciva dalla guerra e dalla fame, di un Paese che aveva la volontà di ricostruire e di godere dei piaceri della vita”. Così, per comprendere appieno “i veri segni distintivi” di quella che appare ancora oggi riduttivo definire, semplicemente, una strada o una via – la quale, “prima di essere immortalata da Fellini e Flaiano, era il salotto di una società letteraria, cinematografica e politica, che vi si incontrava, per scambiarsi opinioni e pettegolezzi senza alcuna ambizione di mondanità”, ritrovandovi, altresì, quella sorta di sentimento di appartenenza ad un gruppo – era necessario “fare le ore piccole, chiacchierando attorno ai tavolini dei caffè già chiusi, mentre c’era la brezza del ponentino…”.
Ed, una volta di più, “chi forse meglio di tutti ha rappresentato il tono, il ritmo, il senso della via Veneto nel suo splendore come nelle sue cattiverie, è stato Ennio Flaiano con il racconto ‘Un marziano a Roma’, una parabola straordinaria”.
A dimostrazione di tutto questo, il saggio è corredato da un’ampia raccolta di fotografie che ritraggono i protagonisti di Roma in quell’epoca indimenticabile; vi sono immagini del Caffè Rosati (1953), Giorgio De Chirico (1960), Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini (1962), Giuseppe Ungaretti, Fellini con una zingara a Piazza del Popolo, la trattoria “Cesaretto” e molto altro ancora. Gli “scatti”, infatti, potrebbero continuare, come si coglie nei versi di Parrella: “Era il tempo dei convogli e degli abbracci/ Il mondo era là in quella vecchia vetrina opaca/ e tutti i nostri nomi ancora intatti/ quando i sogni nacquero e si infransero”.
Ma, già nel 1962, “a causa del turismo di massa, gli intellettuali vennero cacciati ormai da Via Veneto”. E, naturalmente, anche quei tempi non furono immuni dalle polemiche: “al gusto dei lettori e dei critici si è sostituita la propaganda dei rotocalchi…Un articolo, un libro, una critica oggi non sono più concepiti per ragioni letterarie o artistiche, ma sono considerati un mezzo per circuire e adulare”. Si affermava che i giovani scrittori con le loro “opere di narrativa più recenti, scritte con l’orecchio attentissimo alle mode, vogliono il potere e lo vogliono immediatamente” ed, inoltre, che “oggi la letteratura va verso l’azienda come un tempo doveva andare verso il popolo”. Addirittura, Pier Paolo Pasolini, in uno dei suoi “Scritti Corsari”, con sorprendente attualità scriveva che “c’era in Italia una omologazione culturale che annullava tutte le differenze di un tempo”.
Oggi, “denuncia” Russo, i modi e la filosofia di vita sono totalmente cambiati a Roma: “lo Stendhal delle ‘Passeggiate romane’ e il Goethe del ‘Viaggio in Italia’ avrebbero annotato nei loro taccuini impressioni sulle strade, piazze, monumenti ben diverse da quelle che hanno reso immortali le loro emozioni” ed anche “Flaiano, forse, non riuscirebbe a ritrovare quel fascino che lo guidava nei suoi vagabondaggi fisici e intellettuali in questa città palcoscenico della sua fantasia e della sua satira, oggetto di amore e di odio”.
Al medesimo tempo, però, “la divisione della Roma antica in tribù sembra ripetersi”; nondimeno, “come nel Medioevo, ciascun palazzo della vecchia Roma è diventato un fortino. Sia il privato sia il pubblico ritiene di poter stabilire arbitrariamente i suoi insediamenti. A ciò si aggiunge un arredo urbano che grida vendetta…il centro di Roma esprime squallore e solitudine ”.
Dunque, nel testo come nella vita di ciascuno di noi, si mischiano episodi sacri e profani, fatti d’attualità e “reminescenze storiche che si affollavano nella mente”, cicli e ricicli delle vicende del bel Paese.
La conclusione a cui approda il saggio di Russo sembra emergere dalle pagine de “Il Gattopardo”, di G. Tomasi di Lampedusa, per cui tutto deve mutare al fine di rimanere esattamente com’è o com’era: “solo quando le leggi torneranno a essere quelle interiori dell’arte e il calcolo industriale e commerciale sarà rifiutato davvero dai nostri personaggi dell’avanguardia, essi potranno creare un movimento rinnovatore, un’arte che non porti il marchio di una scuderia…”. Infine, “c’è solo da sperare che a Roma, come in Italia, rinasca il gusto di una vita sociale e culturale autentiche…Allora forse potrà ritornare a vivere anche via Veneto e ritornare ad essere un luogo piacevole per ritrovarsi e per tornare a sperare in un futuro migliore”.

