Milo Manara, Federico Fellini, Viaggio a Tulum, Milano, Rizzoli/Milano Libri, 1990 (€ 23,00, indicativo come antiquariato) Pubblicato negli anni Ottanta dalla rivista Corto Maltese, questa complessa storia a fumetti racconta di un viaggio, compiuto da Snàporaz-Mastroianni (ovvero l’alter-ego del regista riminese), sulle tracce della civiltà Tolteca allo scopo di girare un improbabile film. In realtà il viaggio si rivela una scusa per dar sfogo alle notevoli capacità di trasformazione del reale in un mondo onirico, tipica del Fellini di 8 e ½ ma anche del Manara di Giuseppe Bergman. Le premesse sembrerebbero dunque tra le migliori, ma la storia è quanto mai farraginosa e improbabile, persino in un mondo onirico. Dopo un buon inizio – i film da farsi come aerei sommersi nel lago di Cinecittà - si fatica a comprenderne la necessità, tutto sembra un enorme calderone pieno di richiami a Castaneda -uno degli stregoni si chiama addirittura Gennaro, proprio come l’amico/stregone di Don Juan- mescolati alle fantasie erotiche e alle prove di perizia nel disegno di Manara.
Nella sua post-fazione al volume cartonato, edito da Milano Libri, che raccoglie l’intera storia, Oreste Del Buono ci fa sapere che quest’opera dovrebbe essere la trasposizione su carta, di quel film un po’ maledetto, nel senso delle traversie avute in fase di lavorazione, e mai terminato che fu Il viaggio di G. Mastorna (in seguito uscito come storia a sé). Questa notizia non funge certo da stimolo a rileggere la storia che il lettore ha appena terminato, anzi, ci si domanda meravigliati, se davvero il film sarebbe stato così deludente, e si rimpiange il Fellini onirico di 8 e ½ e di Giulietta degli spiriti. Credo che la ragione della mancata riuscita di quest’opera sia il trasporto tutto felliniano per il viaggio onirico in sé, che lo spingerà, alla fine della sua carriera, a trasporre Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni, dando origine a La voce della luna, ovvero al suo film meno riuscito. Raccontare la materia dei sogni non è facile, si rischia di produrre un cumulo d’immagini senza alcun senso, che, per avere un valore artistico, devono essere di somma bellezza figurativa, specie nel fumetto. Se non si sceglie la strada della bellezza, il sogno va, in un certo modo, ordinato per agganciarsi allo spettatore, alle sue ossessioni. Va da sé che un artista non preordina, eppure in qualche maniera le sue ossessioni, i suoi ricordi, le sue paure, filtrate e deformate dal sogno, devono agganciare lo spettatore, altrimenti sarà stato soltanto un vuoto esercizio di stile. L’impressione finale che ne ho ricavato è che l’opera sia stata fonte di grande divertimento per i tre autori – occorre citare anche Vincenzo Mollica, artefice e personaggio della storia – ma non riesca ad andare oltre quel personale e divertito autocompiacimento che è spesso, ma non qui, fonte di grandi capolavori.

