Tullio Kezich, Su la Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno, la storia di un film che ha fatto epoca, Venezia, Marsilio, 1996, pp. 180 , £ 22.000 Un libro apparentemente superato dalla recente pubblicazione di Noi che abbiamo fatto «La dolce vita» (Sellerio, 2009), sempre di Tullio Kezich, deceduto nell’agosto dello stesso anno; una sorta di ampio aggiornamento sino al convegno svoltosi a Rimini nel novembre 2008 in occasione del cinquantenario de La dolce vita. Il libro del ‘96, però, mantiene in sé il fascino -forse tutto soggettivo-
dell’approccio all’opera di Fellini così com’era stata concepita poco dopo la sua morte (ottobre 1993), quando molte protagonisti erano ancora presenti, mentre il volume del ‘09 ci ricorda quanti testimoni siano, ora, tali soltanto, anche se non è poco, nelle pellicole.
Kezich ci trasporta in una Italia lontana, culturalmente ed economicamente, e ci accompagna a rivivere il percorso di costruzione del film ideato e realizzato da Fellini tra il 1958 ed il 1959 (uscito poi nel febbraio 1960). Non narra, bensì ci propone una sorta di taccuino -non un diario scandito da una progressione temporale- in cui hanno trovato posto le note di un osservatore; di fatto la propria interpretazione dei modi di agire di Fellini, delle situazioni, dei dialoghi, del fluire degli eventi, etc. Non un coacervo di aneddoti e macchiette, anche se alcuni possono apparire come tali, bensì il ribollire magmatico di un grande progetto culturale oltre a quello cinematografico. Un effetto che emerge, strutturalmente, anche dall’assenza dell’indice.
Non avrebbe potuto essere diversamente, per un libro nato quasi per caso dalla necessità di realizzare un articolo sul cinema italiano alla fine degli anni Cinquanta. Nella breve introduzione (Andò così…, pp. 9-13), Kezich ci racconta il suo punto di partenza: “Correvano i primi mesi del ‘58 e noi cinecatecumeni eravamo d’umore malinconico. Avevo appena pubblicato un articolo dal titolo lacrimevole, Il caro estinto, alludendo al neorealismo, la gloriosa bandiera del nostro recente passato. Ma Pietrino, che non era mai stato neorealista, mi strillò dietro: «Sei un pesce! Vai, informati e butta giù un servizio ottimista!» Di fatto la sensazione di essere alla fine di un’epoca, meglio, di un breve periodo storico che aveva portato il cinema italiano a dare un’impronta a molta cinematografia mondiale.
E Fellini: “un rabdomante arrivato in prossimità dell’acqua, un cane che ha annusato i tartufi, un velocista pronto allo scatto? Solo a guardarlo ti faceva venire una voglia matta di saltare sulla nave che stava sciogliendo gli ormeggi, agli ordini di un comandante beffardamente coraggioso.” Ed è forse questa l’immagine più densa di significati, ossia una sintesi di quello che fu la realizzazione del La Dolce Vita in cui ognuno, dall’aiuto regista all’ultima comparsa, sembrò aver dato un proprio contributo, mentre Fellini si districava tra un numero infinito di rivoli senza perdersi in alcuno.
La lettura scorre grazie ad un linguaggio semplice e diretto, scandita da paragrafi brevi che non tolgono nulla alla narrazione, al contrario accentuano la tensione di quella serie di eventi “in divenire”. Si rimbalza, senza alcuna confusione, tra il set e tutto ciò che gli faceva da corollario: gli incontri al bar, le scorribande, le cene ed i pranzi, i rapporti con gli attori (quelli scelti e quelli scartati), la produzione, le critiche, etc. Si ha la sensazione di trovarsi in una terra di confine, tra il neorealismo ed un nuovo modo di affrontare il cinema e concepire l’idea stessa del film, che ancora doveva delinearsi, ma di cui La Dolce Vita sarebbe stata l’essenziale chiave d’arco. Un punto di svolta storico tra ricostruzione postbellica e boom economico; potremmo azzardare: Fellini come una sorta di Caronte che traghetta, non senza “battere con il remo”, l’anima in crisi del cinema (specchio di una collettività in piena trasformazione), attraverso un immaginario Stige (il fiume infernale del lamento; Virgilio, Eneide, libro VI), che separa l’Italia della guerra e degli ideali resistenziali da quella borghese del benessere e dei miti consumistici. Tra quelle pagine emerge la percezione di Fellini non solo del suo film, ma anche del “mondo” cui lo andava a proporre: «[domanda Kezich] Pensi che il pubblico sia pronto ad accogliere un film come questo? [risposta Fellini] Ad accoglierlo come spettacolo cinematografico può darsi di no. Il pubblico si sottomette biecamente a divertimenti assurdi e spesso fa la faccia feroce quando non sarebbe il caso. Penso che La dolce vita possa venir accettato come un giornale filmato, un rotocalco in pellicola. Sono anni che i settimanali vanno pubblicando queste vicende. Si tratta, in fondo, di casi umani già tradotti in forma di spettacolo, romanzi rosa, gialli o neri offerti alla curiosità del pubblico. Il rotocalco è già una forma di rappresentazione del mondo contemporaneo. Il film non ne costituisce che un prolungamento, un’interpretazione personale. C’è un pericolo, e non me lo nascondo: che la gente si aspetti di vedere un film nel quale Mastroianni fa l’amore con Anita Ekberg mentre i fotoreporter danno la caccia a Faruk. Un film gradevole, lieve, superficiale. [domanda Kezich] Qual è il significato preciso del tuo film? [risposta Fellini] Sto pensando se è sempre quello originario. I significati sono tanti. Il cuore del film, tradotto in parole povere, eccolo qua. Vogliamo avere un po’ più di coraggio? Vogliamo piantarla con le fregnacce, le illusioni sbagliate, i qualunquismi, le passioni sterili? È tutto rotto. Non crediamo più a niente. E allora? Tutto questo detto virilmente, senza nostalgie, senza sentimentalismi. Che cosa può fare Marcello, il protagonista del film? In questa domanda è già implicita una risposta: può guardarsi intorno con occhio asciutto e con amore. E con una certa misura di divertimento nel vivere. In fondo è lo stesso discorso di altri miei film. Qui è più chiaro, diretto, non ci sono personaggi favolosi o tipi eccezionali. Altre volte il mio rapporto con l’uomo poteva essere visionario o discutibile. Qui Marcello è un uomo vero, un tipo come tutti.» [intervista A giochi fatti (novembre ‘59), pp. 161-162]
Kezich non è, però, il cronista di Fellini. E’ un giornalista, un critico cinematografico che dà un’impronta personale a quanto descrive -il racconto è pur sempre una mediazione; non potrebbe essere diversamente- inframmezzandolo con i commenti di quegli anni, con spezzoni d’interviste, con domande poste “al volo” a Fellini ma anche ad altri, con brani di lettere e di telegrammi, con la citazione di articoli contemporanei e, alla fine una ruvida intervista via lettera a Ennio Flaiano, tra i principali collaboratori di Fellini, e tre, in tempi diversi (sino al 1989), allo stesso regista.
Un libro piacevole, interessante, da scoprire pagina dopo pagina. Da leggere non solo per meglio comprendere Federico Fellini -artista, regista, intellettuale- ma il ruolo che ebbe il film La Dolce Vita nel panorama cinematografico italiano degli anni Sessanta e successivi.










