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Librettisti, quei “volgari prosatori”

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     Nell’Ottocento, in pieno Romanticismo, i critici del melodramma sostenevano che i librettisti non erano poeti, bensì “volgari prosatori”. Ultimamente, invece, c’è stata una rivalutazione, seppure fievole. Noi osiamo andare oltre e dare a quei “volgari prosatori” il titolo che interamente meritano: poeti. Ci limiteremo qui a citarne alcuni: Lorenzo da Ponte, Angelo Anelli, Jacopo Ferretti, Cesare Sterbini, Felice Romani, Temistocle Solera, Francesco Maria Piave, Salvatore Cammarano, Arrigo Boito, Giuseppe Giocosa, Luigi Illica.
     Non elencheremo ovviamente tutti i lavori dei più noti librettisti. Cercheremo semplicemente di rendere evidente il talento di tali artisti, i quali -è risaputo- in massima parte hanno attinto da drammi e commedie di altri grandi autori (Schiller, Byron, Hugo, Shakespeare, ecc.), ma hanno tuttavia saputo con estrema eleganza e con sottile arte, mettere in poesia un’altrettanto ottima prosa.
       Nel libretto della Cenerentola di Gioacchino Rossini, Jacopo Ferretti fa esprimere così il cameriere di corte, Dandini, alla ricerca della donna giusta:
       «Come un’ape ne’ giorni d’aprile / va volando leggera e scherzosa; / corre al giglio, poi salta alla rosa, / dolce un fiore a cercare per sé: / fra le belle m’aggiro e rimiro, / ne ho vedute già tante e poi tante, / ma non trovo un giudizio, un sembiante, / un boccone squisito per me.»
       È chiaro che la valutazione dei versi andrà sempre vista nel contesto di tutta la trama, perciò sia per i versi appena citati, sia per quelli che citeremo in seguito, si dovrà tener conto di questo.
       Ne La Sonnambula di Vincenzo Bellini, Felice Romani descrive così la gelosia di Elvino per la sua ragazza:
       «Son geloso del zefiro errante / che ti scherza col crine, col velo; / fin del sol che ti mira dal cielo, / fin del rivo che specchio ti dà.»
       Temistocle Solera scrisse per il Nabucco, di Giuseppe Verdi, i versi del più celebre coro del melodramma, il famoso canto disperato degli schiavi ebrei, i quali, sulle sponde dell’Eufrate, sono accompagnati solo dalla nostalgia per la loro perduta patria:
       «Va’, pensiero sull’ali dorate, / va’ , ti posa sui clivi, sui colli, / ove olezzano tepide e molli / l’aure dolci del suolo natal!»
       Per Francesco Maria Piave (come, del resto per Felice Romani, librettista di Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti), bisognerebbe scrivere un pezzo a parte, poiché il poeta veneziano scrisse ben dieci libretti per Giuseppe Verdi. Ci limiteremo qui a rilevare le sue capacità di drammaturgo e di vero uomo di teatro. In Ernani (tratto da Victor Hugo), il vecchio Ruy Gomez de Silva s’illude di poter essere amato da Elvira, sua giovane nipote:
       «Infelice!… e tuo credevi / sì bel giglio immacolato! / Del tuo crine fra le nevi / piomba invece il disonor. / Ah! perché l’etade in seno / giovin cuore m’ha serbato? / Mi dovevan gli anni almeno / far di gelo ancora il cor.»
       Il shakespeariano (e verdiano) Macbeth ha appena ucciso il re Duncan, ma si pente all’istante:
       «Nel sonno udii che oravano / i cortigiani e «Dio sempre ne assista» / ei dissero. «Amen» dir volli anch’io, / ma la parola indocile gelò sui labbri miei. / Perché, perché ripetere / quell’ «Amen» non potei?»
       Certi versi di opere liriche (ma anche di drammi e commedie) sono, col tempo, diventati slogan o frasi usate soprattutto nel linguaggio giornalistico, come, ad esempio, “Questa o quella, per me pari sono” (da Rigoletto di Verdi, libretto di Francesco Maria Piave). Altri hanno preceduto di parecchi anni l’Ermetismo: “Sola, abbandonata in questo popoloso deserto che appellano Parigi” (da Traviata di Verdi, libretto di Francesco Maria Piave).
       Abbiamo seguito un percorso cronologico per i compositori, e chiudiamo perciò l’epoca di Verdi con un librettista che crediamo davvero nessuno potrà non riconoscere come vero poeta: Arrigo Boito. I suoi testi composti per le due ultime opere del “Cigno di Busseto”, vale a dire Otello e Falstaff, sono autentici capolavori. Pura poesia sono questi quattro versi di Desdemona nel famoso duetto del primo atto di Otello:
       «quando narravi l’esule tua vita / e i fieri eventi e i lunghi tuoi dolor, / ed io t’udìa coll’anima rapita / in quei spaventi e coll’estasi in cor.»
       E nel Falstaff, la Regina delle Fate canta così:
       «Sul fil d’un soffio etesio /scorrete, agili larve; / fra i rami un baglior cesio / d’alba lunare apparve.»
       Giuseppe Giacosa, scrittore e commediografo, fu l’autore tra l’altro di Una partita a scacchi, commedia in versi di argomento medievale che seguiva schemi tardo-romantici. Scrisse inoltre Tristi amori e Come le foglie. Si unì in seguito a Luigi Illica, anch’esso commediografo, per collaborare alla stesura dei libretti de La Bohème, Tosca e Madama Butterfly di Giacomo Puccini.
       Illica firmò anche Manon Lescaut, sempre di Puccini, insieme a Mario Praga e Domenico Oliva, scrisse Wally per Alfredo Catalani, Iris per Pietro Mascagni e Andrea Chénier per Umberto Giordano. E di quest’ultima opera ci piace porre l’accento sul grido disperato del domestico Gérard nei confronti dell’aristocrazia:
       «T’odio casa dorata! / L’immagine sei di un mondo / incipriato e vano! / Vaghi dami in seta ed in merletti / affrettate , accelerate le gavotte gioconde / e i minuetti! / Fissa è la vostra sorte! / Razza leggiadra e rea, / figlio di servi, e servo / qui, giudice in livrea, / ti grido: È l’ora della morte!»
       Ne La Bohème di Giacomo Puccini, l’esile sartina Mimì esce dalle delicate penne di Giacosa ed Illica con questi versi:
       «Mi piaccion quelle cose / che han sì dolce malia, / che parlano d’amor, di primavere, / che parlano di sogni e di chimere, / quelle cose che han nome poesia…»
       E questi sarebbero “volgari prosatori”?
 
Last Updated ( Monday, 08 March 2010 00:32 )  

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