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Camilleri A., L’intermittenza, 2010 – Connessioni e collegamenti

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Camilleri A., l'intermittenzaAndrea Camilleri, L’intermittenza, Milano, A. Mondadori, 2010, pp. 171, € 18,00

Questa I edizione settembre 2010 (copertina rigida, sovracopertina, ben rilegata), può far riflettere riguardo come si investa su Andrea Camilleri nell’ottica di una politica a lunga durata -oltre ed in mezzo ai quadri italo-siculi nei quali è calato Montalbano- del “libro” da intendersi sia quale oggetto, sia quale veicolo comunicativo, sebbene all’interno di un contesto sociopolitico in cui, da una parte, il “libro-oggetto” pare avere il futuro destabilizzato dall’ e-book e, dall’altra, ci si continui ad interrogare se il “libro” debba o meno occuparsi della narrazione della cronaca.

Verrebbe da chiedersi se si tratti di un corso e ricorso trentennale, dato che problematiche crisi del libro -per motivi differenti, con presupposti ed interlocutori, di volta in volta, diversi- negli anni Cinquanta, negli anni Ottanta ed attualmente, hanno calamitato l’attenzione di editori, agenti letterari, autori, studiosi, librai e di qualche Lettore. Ostinatamente, a fianco di televisione, radio e cinema, il mass-media libro ha tenuto, sopravvivendo al fatto di vedersi sottratti tempo e letture, dimostrando di poter competere in tagli d’approfondimento, in inconfutabili o creative interpretazioni del passato, in preveggenze da parte di autentici conoscitori della realtà del loro tempo, in osservazioni critiche e costruttive sul presente.

 

Nella biblioteca ideale del lettore, perfino di quello dedito alla letteratura di consumo, non dovrebbe pertanto mancare L’intermittenza, in quanto facilmente fruibile alla stregua di un servizio giornalistico campeggiante in una patinata rivista di costume. Con un pizzico di politica ed una spolverata di finanza comportamentale.

È attuale, attualissimo, L’intermittenza.

Quanto la Nota in calce a L’intermittenza sottolinea, oltre ad essere credibile per la gestione spregiudicata in cui si cimentano investitori, manager e gestori, della finanza in generale e di molte aziende in particolare, rimanda al Lettore lo spessore di un testo, snello, sintetico: nessun dialogo appare superfluo; le descrizioni ridotte; è il tratto di ingranaggio al cui moto presiede il singolo personaggio ad essere interessante poichè parte di un meccanismo inarrestabile che espande la propria mobilità da una stanza ad una città, da un territorio ad uno stato ed al mondo. Un testo in cui il racconto di azioni individuali e fatti di cronaca diviene faro interpretativo della realtà italiana ed internazionale più recente. La materia trattata da Andrea Camilleri, infatti, è la medesima con la quale esperti di mercati e finanza riempiono le pagine dedicate di settimanali e quotidiani, quelle che impauriscono il profano attraverso titoli ed occhielli dove termini quali top executive, hedge fund, treasury, subprime, commodities, bond, performance, partnership, resort, off shore, asset, sono di consuetudine usati, pertanto l’originalità de L’intermittenza non consiste nel saper rendere leggibili i sentimenti degli individui partecipanti al gioco spietato di un’economia che ha imbevuto con i propri metodi il quotidiano delle persone, e che plasma e tritura rapporti, dal più alto all’apparentemente insignificante, tanto da riuscire a rendere ogni pagina pervasa da una sorta di occultato fastidio. Se ciò fosse, Camilleri sarebbe scivolato nell’ovvio. Piuttosto, alla sottoscritta sembra che Camilleri stia a proprio modo lavorando all’educazione dei lettori, forse chiedendosi quale sia la condizione di lettura da cui parta il lettore medio (quello che pare legga da uno a tre libri all’anno o sfogli il quotidiano una volta alla settimana), nell’approcciarsi ai volumi in libreria e di conseguenza anche a L’intermittenza. Si tratta, oserei dire, di un punto di vista didattico riguardante la letteratura e la cronaca: la stretta connessione tra i fatti della cronaca e le narrazioni letterarie; i legami tra le influenze sociopolitiche che lasciano impronte nelle storie individuali; e, senza dubbio, non si tratta soltanto di cronaca, bensì di Storia, in cui le classi sociali sono protagoniste.

L’inquietudine non deriva dal vedere immaginati e svelati i retroscena del menage, professionale e di coppia, di un direttore generale, oppure nel seguire il dispiegarsi della raggelante trappola amorosa costruita a danno di una povera (sia per emolumenti che per destino) segretaria (sola e sulla soglia dei cinquanta), in modo da carpirle documenti riservati, o di veder utilizzate le strofe di alcuni poeti al fine di fomentare l’elementare famelicità sessuale di una ricca (mantenuta e nullafacente) amante (sposata e trentenne). Di intermittenze si narra -«intermittenza del cuore (...) l’amore che proviamo verso una persona a volte può subire un arresto, un fermo, un momentaneo blackout» (p. 26)- sentimentali, psichiche e fisiche -un entusiasmo si può repentinamente sopire, un piccolo capillare si può rompere, un rapporto di lavoro può essere posto in pericolo, una solida strategia aziendale può vacillare - ma di connessioni si è condotti a parlare, soprattutto perchè a volte sono proprio le connessioni mancate a fare la storia (si legga alle pagg. 39-40), e le relazioni interrotte possono riallacciarsi. Come se L’intermittenza fosse il negativo di una fotografia scattata alla sostanza dei nostri giorni, nell’intento di capirne i veri contorni, i vuoti ed i pieni. L’impensierirsi del Lettore potrebbe essere, in effetti, segnale del fatto che Camilleri abbia colto nel segno, attingendo dalle «cronache giudiziarie italiane» (Nota), elementi da riavvolgere nella propria narrazione condensati nei personaggi e nei fatti dispiegantisi in una letteratura che si rivela educazione informativa (riguardo rapporti azienda-sindacato, vedi pp.98-99; 124; 129).

Ad una rapida ricognizione ne L’intermittenza, il fattore allarmante che scuote la coscienza dei lettori non è la golosità sessuale, nè il delirio di potenza, tantomeno la corruzione, in altre parole non è tanto l’insieme degli appetiti trasferito dalla cronaca al testo, quanto il gioco esplorativo in pagine di quotidiano lette distrattamente (dai più, a meno che il disagio non li tocchi personalmente), o in realtà aziendali dai tavoli di concertazione a dir poco roventi che marchiano indelebilmente il futuro dei singoli e delle relative famiglie (da sottolineare quanto appaia dolorosamente ironico l’esergo de L’intermittenza recitante «Al lavoro che nobilita l’uomo»).

«Per i tuoi esuberi cosa pensi di fare? (...) Credo che dovrò chiedere la cassa integrazione per almeno ottocento unità» (p. 32); «preparati all’attacco dei sindacati e alla canea dei giornalisti che enfatizzeranno le assemblee, gli striscioni di protesta, i cortei, i quattro stronzi che saliranno sopra a una gru» (p. 37). Probabilmente dal femminile di cananeo, con il significato spregiativo di ghetto e/o di luogo dove si trovi o si riunisca gente rumorosa, già il lemma «canea», brillante ed indovinato per connotare la persona che utilizza nel colloquio tale inconsueto termine, prelude all’ipocrisia del «compitino» (p. 54), e del «comunicato» (pp. 136-137), nonchè alle doppiezze successive. Perno della cosa narrata non poteva che essere un documento cartaceo, falso e al tempo stesso autentico (p. 166), siglante un accordo segreto, mentre in soccorso spirituale ad ogni figura femminile maltrattata, Camilleri sembra regalare il profilo di Licia (venticinquenne giovane rampante e preparatissima nipotina del presidente d’azienda) -«Solo che l’operazione l’ho fatta io e io sola posso averne la disponibilità» (p.167)- non certo a rispetto delle quote rosa e pari opportunità e neppure a nemesi, poichè, dai contorni comportamentali si deduce che tale donna altro non sia che una fotocopia al femminile dei colleghi. È piuttosto il personaggio di Marisa De Blasi ad incarnare il femminile del maschio capitalistico: stessa voracità, stessa mancanza di scrupoli, stesse strategie manipolative. Stessi teatrini (pp.119-123), per merito dei quali il Lettore vorrà chiedersi che cosa, dopo aver informato, intenda dimostrare l’artista-Camilleri ne L’intermittenza, sempre ammesso che l’artista abbia intenti morali, pur se, per Oscar Wilde «L’intento morale in un artista è un imperdonabile manierismo di stile» (Prefazione a Il ritratto di Dorian Gray, Feltrinelli, UE, 1991, p. 13). Ad iniziare dagli epiteti poco edificanti che Marisa guadagna (oltre ai lividi), sia dal marito che dall’amante, per finire agli assorbimenti, ai risanamenti, alle distrazioni di capitale, da ponderare ve n’è: «È stata una carenza d’etica a determinare la crisi. È necessaria dunque una visione nuova che metta l’etica se non al di sopra, almeno alla pari col profitto. E questo in tutti i campi: dall’economia all’industria. Ti basta?» (p. 54). Buona lettura!


La scheda di Antonella Chinaglia

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