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Chessa P., Guerra civile, 2005 – Una “storia” ad immagini

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chessap-guerracivile Pasquale Chessa, Guerra civile 1943-1945-1948 Una storia fotografica, Milano, Mondadori, 2005, pp. 192, € 19,00; prefazione di Giampaolo Pansa; Premio Estense: Aquila 2005
Non metto in dubbio che oggi, più che mai, vada di moda la conversione, soprattutto quella di chi “prima; ma prima prima” era -o si dichiarava- comunista. Nella sua introduzione, Giampaolo Pansa, prima di porci al corrente delle sue considerazione sul lavoro di Pasquale Chessa impiega almeno due terzi dello spazio per rispondere alle critiche mosse al suo lavoro Il sangue dei vinti. Chiaro, lui non è stato capito -si lamenta- ma noi lettori fatichiamo a comprendere il senso del suo intervento. Si scaglia contro gli “storici” per il loro prolungato silenzio, ma da buon “giornalista” dimentica tutta una serie di piccoli e meno piccoli lavori che inquadrano quel periodo di cui egli coglie solo aspetti del tutto parziali e tardivi. Altri da destra hanno scritto sulla strisciante lotta clandestina -già allora neanche tanto occulta e oscura- degli anni 1948-1952. Indubbiamente negata dai contemporanei che, in caso contrario, avrebbero dovuto ammettere l’esistenza dei germi non solo di una “guerra civile”, ben diversa da quella del triennio appena superato e con caratteristiche più simili a quella greca, ma anche accertare gli effetti dell'iniziale scontro tra est ed ovest che proprio in quegli anni consumava l'unità italiana con la questione istriana, vero e proprio braccio di ferro tra le due superpotenze vincitrici.
Sarebbe stato meglio, soprattutto per Chessa, se Pansa avesse collocato questo lavoro all’interno della produzione storica e storiografica di questi ultimi due decenni. Quanto meno dalla pubblicazione del volume di Pavone, Una guerra civile. Saggio politico e morale sulla resistenza (Bollati Boringhieri, 1991), con cui si aprì nella comunità degli storici, soprattutto di sinistra, un duro confronto sull'accettazione -oggi ormai quasi definitiva- del concetto di “guerra civile”. Ossia un confronto ideologico che non può essere compreso nel limiti politici e temporali della seconda guerra mondiale, perché iniziato ben prima e terminato -o esauritosi- qualche anno dopo. Voglio ricordare che sino ai primi anni Novanta il concetto “guerra civile” era esclusivo patrimonio dei revisionisti e degli “storici” di destra. Soprattutto Renzo De Felice e i suoi allievi o epigoni, per intenderci. Attraverso l’accettazione di quel concetto storico è passata la legittimazione, postuma, dei ragazzi di Salò e si è arrivati ad avere uno di loro tra i ministri di questa Repubblica.
Dilungarci ora sul dibattito storiografico di cui accenna superficialmente Pansa ci porterebbe, però, a trascurare il lavoro di Chessa. Vero è, tuttavia, che il solco in cui Pansa lo ha inserito è piuttosto riduttivo e frustrante, ma è lo stesso alveo sensazionalista da cui Chessa sceglie di non uscire, non tanto per la selezione delle immagini -molte “truculente” o, per usare un linguaggio cinematografico, semisplatter- quanto per i commenti con cui accompagna, in ogni pagina, quegli scatti.
Procediamo con ordine. La prima domanda da porci potrebbe essere: quali sono le differenze -pregi e difetti, per intenderci- di questa storia fotografica? Che cosa dà in più al lettore –appassionato, curioso o storico- rispetto ai lavori analoghi pubblicati qualche anno addietro? Mi riferisco, ad esempio, ai bei volumi curati da Adolfo Mignemi, Storia fotografica della repubblica sociale italiana (insieme a Giovanni De Luna e la collaborazione di Carlo Gentile), e Storia fotografica della resistenza (con la presentazione di Claudio Pavone), entrambi pubblicati da Bollati Boringhieri, ma anche altri che sarebbe troppo lungo citare.
I lavori precedenti a Chessa, tendono a ricostruire l’esperienza della guerra e degli anni immediatamente seguenti sottolineando alcune cesure importanti (l’antifascismo, il settembre ’43, la repubblica sociale, la fine della guerra, la caduta della monarchia, la fine dell’alleanza antifascista e antinazista, etc.), di cui gli eventi politici sono le principali chiavi di lettura. La struttura scelta da Chessa per questa narrazione ad immagini, al contrario, lascia volutamente intendere una continuità non solo ideale, quanto oggettiva tra gli anni della guerra e quelli dell’immediato dopoguerra. Il capitolo intitolato “Guerra civile raccoglie tutte le immagini come un unico calderone in cui la violenza fascista e nazista si mescola a quella partigiana. Senza più confini temporali, senza alcuna contestualizzazione, con poche spiegazione approfondite -non basta il commento volutamente toccante- tutto diventa indistinguibile giacché se ne perdono le ragioni. Allora, davvero, non vi è più alcun modo per riconoscere e disinguere la violenza politica, repubblichina o partigiana, da quella, forse più banale, del sadismo o dell’atto criminale. Tutto è legato dal filo dello scontro ideologico: partigiani e repubblichini; formazioni comuniste e formazioni fasciste post-belliche; milizia “bianca” e foibe; Salvatore Giuliano, gli indipendisti siciliani, ed i fuoriusciti istriani; stragi naziste, attentato a Togliatti e defascistizzazione; politici repubblicani e spie occidentali. A proposito di quest’ultimi, Chessa accenna agli scritti di Frederick W. Deakin come primo storico della repubblica sociale dimenticando che i suoi giudizi furono sempre profondamente condizionati dal ruolo di spia britannica che egli ricoprì nello scacchiere mediterraneo, in particolare nei paesi adriatici, dalla seconda metà degli anni Trenta sino ai primi anni Cinquanta.
Va riconosciuto a Chessa un certo sforzo di sintesi nella lunghissima Introduzione (pp. IX-XLII), ma questa avviene soprattutto attraverso punti di riferimento datati, letterari e cinematografici. Ciò non vuol dire -sia ben inteso- che si tratti di citazioni prive di costrutto e spessore. Al contrario, hanno un valore significativo, benché in un quadro generale di ricostruzione storica siano quasi del tutto assenti le fonti e gli sviluppi della storiografia, in particolare la più recente. Eppure, alcuni riferimenti agli aspetti sociali della guerra affrontati da taluni ricercatori in questi ultimi anni sono evidenti, mi riferisco, ad esempio, all’elaborazione del trauma collettivo ed al peso di parole come onore, patria, giustizia e vendetta, ma egli sceglie di non approfondire. Lo stesso riferimento a Claudio Pavone ed al suo libro, Una guerra civile, è piuttosto sbrigativo e parziale, mentre i lavori di Giorgio Pisanò godono di un ben più ampio spazio. Se Chessa non conoscesse questi lavori, varrebbe la pena di sottolineare come lo storico Pavone abbia basato le sue considerazioni su una mole di documenti ben più ampia ed attendibile di quella a cui fa ricorso Pisanò.
Potremmo proseguire nell’analisi delle fonti e della storiografia a cui Chessa fa riferimento finendo per attribuirvi, inevitabilmente, un credito superiore ad altre. Un lavoro di questo respiro, però, dovrebbe tenere conto di una quantità di informazioni il più ampia possibile e ragionare, prima di tutto, sulla "diplomatica del documento", ossia le diverse caratteristiche del materiale trattato (da chi lo ha prodotto a chi lo ha raccolto,  domandadosi il perché ha seguito quel percorso sino ad interrogarsi sulle ragioni della sua esistenza). Vorrei concludere, però, sottolineando come la bibliografia finale risenta della stessa impostazione parziale dei commenti, mentre l’elenco delle Fonti iconografiche non esaurisca la domanda: perché quegli scatti e non altri? Aggiungendovi: perché quegli archivi e non altri?
Il libro di Chessa va letto con attenzione, così come quelli di Pansa, tenendo ben presente che si tratta di una visione parziale e limitante, nonostante la presunzione di voler leggere un periodo turbolento e relativamente lungo della storia italiana. Al di là del loro valore oggettivo, le tesi esposte sono il frutto di un modo del tutto epidermico di inserirsi in un dibattito che non ha bisogno di sensazionalismi, ma di analisi pacate, approfondite e puntuali in cui le differenze siano evidenti quanto le ragioni della continuità storica. La fotografia, poi, non ha un valore assoluto, ma dilungarci su questo aprirebbe un’altra lunga digressione sul dibattito interno alla comunità degli “storici”.

La scheda di Gian Luca Balestra

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