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Galli G., Piombo rosso, 2007 - piombo rosso (o un po' rosé?)

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gallig-piomborosso           Giorgio Galli, Piombo rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, pp. 525, € 8,90
          Generalmente, quando si parla di Brigate Rosse o di gruppi terroristici di sinistra, due sono le interpretazioni più ricorrenti: chi è di destra sostiene che si è trattato di assassini obnubilati da ideologie sanguinarie, chi è di sinistra oscilla tra una sorta di non condivisione mista a compassione (i “compagni che sbagliano”, si diceva negli anni Settanta) e la negazione dell'origine “comunista” del fenomeno. Nel suo libro Piombo rosso: la storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi, il politologo e docente universitario Giorgio Galli traccia un profilo diverso dei tragici avvenimenti che scossero l'Italia per quasi quarant'anni, dalle prime azioni dimostrative delle Brigate Rosse all'omicidio di Marco Biagi, passando per il rapimento del giudice Sossi e quello di Aldo Moro, per giungere a Massimo D'Antona e alle cosiddette Nuove Br, senza tralasciare di analizzare anche Prima Linea e le sigle minori.
          La linea interpretativa di Galli si basa su un assunto di fondo alquanto condivisibile, ovvero il fatto che i Servizi segreti italiani potevano smantellare le Brigate Rosse e i gruppi affini già poco dopo la loro nascita, ma non lo fecero allo scopo di lasciare il Paese in uno stato di tensione e di impedire la pur impossibile entrata al governo del Partito Comunista. In quest'ottica il politologo sottolinea come vi sia una prima fase genuina delle Brigate Rosse, che va dall'inizio all'arresto di Curcio, mentre successivamente alla scoperta del covo di Via Gradoli, il nuovo capo Moretti intavolò una trattativa con i Servizi grazie alla quale questi ultimi poterono occultare parte delle carte di Moro, mentre l'organizzazione terroristica si garantiva un margine di manovra ed una certa impunità. Quindi, Moretti e gli altri non erano infiltrati (come ha sempre sostenuto parte della storiografia comunista, Sergio Flamigni in primis), bensì militanti “sinceri” che ottennero un “permesso premio” grazie all'uccisione di Moro e alla sparizione di ciò che egli aveva scritto, sottoscrivendo una versione di comodo, del tutto inattendibile, sul sequestro e l'uccisione dello statista democristiano. In questa maniera Galli riesce a spiegare i tanti episodi oscuri delle Brigate Rosse, come l'allagamento dell'appartamento in Via Gradoli (falso covo allestito dai Servizi per dare un messaggio ai terroristi), il falso comunicato del lago della Duchessa, il borsello dimenticato sull'autobus da Lauro Azzolini, e molto altro. Ma perché i Servizi fecero tutto questo? In primo luogo per motivazioni interne e per ostacolare l'ascesa del Partito Comunista, anche se la Democrazia Cristiana, sfruttando la tattica del compromesso storico, stava facendo la stessa cosa. Il fatto è che i Servizi sono, per Galli, uno stato nello stato, con proprie regole interne di condotta che spesso vanno a cozzare con quelle dello Stato vero. E ciò è dimostrato da alcuni capitoli del libro che a rigor di logica non c'entrano nulla con il terrorismo rosso (quelli su Ilaria Alpi e Riina, ad esempio), ma che sono utili a capire come il terrorismo stesso sia stato tollerato e  fatto emergere in momenti storici ben precisi, quando ai poteri occulti faceva comodo. Leggendo tutto il libro, si giunge a capire come anche gli ultimi delitti eccellenti, Massimo D'Antona e Marco Biagi, seguano la stessa tendenza, e ciò fa girare al lettore l'ultima pagina con un misto di rabbia e amarezza, poiché si è imparato molto di nuovo ma a prezzo di un bruciore di stomaco assai notevole.

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