Andrea Camilleri, Le ali della sfinge, Palermo, Sellerio, 2006, pp. 265, € 12 Quasi all’anglosassone. Letteratura gialla e vita nazionale
Se, dal titoletto che ho scelto per questa recensione, cancellate l’aggettivo gialla vi troverete a leggere il titolo di un intervento del 1930 di Antonio Gramsci riguardante i perché della fortunata diffusione della letteratura poliziesca. Gramsci risponde «per ragioni pratiche (morali e politiche) indubbiamente» scusandosi della risposta, che può apparire, generica, addirittura definendola la più precisa possibile. Infatti, i meccanismi narrativi, traducono nel rapporto tra genere letterario giallo/poliziesco e struttura/e etico-politiche della società quel dualismo che Salvatore Silvano Nigro nei risvolti di copertina definisce «la matematica del doppio».
E’ il refrain dell’autore, quel a due a due , abituale ormai per il lettore di Camilleri. Ne accennai ne La vampa d’agosto, ed ora, ne Le ali della sfinge prendiamo il treno del giallo dal medesimo Binario Camilleri, per noi abitudinari lettori, prima ancora del successo Montalbano, della simpatetica scrittura alla Camilleri -l’italiano dei racconti e l’innesto del siculo nei romanzi- divenutaci ormai familiare.
E raggiungeremo altre contrapposizioni, prima fra tutte quella bene/male, o meglio, bene pubblico/male privato, scoprendo come nel gioco della finzione nella finzione, facendo un «tanticchia di tiatro», si riveli l’illuminazione, lo stato di grazia in cui si trova il commissario Montalbano nell’adempimento delle proprie funzioni.
Nell’ipotesi, invece, che il lettore sia al primo approccio con l’autore, è il caso di dire come il testo Le ali della sfinge aiuti a prendere confidenza con il muoversi, intellettuale e non, dei sostituti sulla carta di Camilleri.
Si intuisce la distanza, ora impercettibile ora abisso, fra il sud ed il nord, Marinella e Boccadasse dove abitano Montalbano e la sua eterna fidanzata Livia.
Percepiamo il peso del presente/passato nella presa di coscienza sia dei propri mutamenti di reazione emotiva nell’ambito lavorativo -«Una volta (…) i morti non gli facivano nisciuna ‘mpressioni. Ora da qualichi anno gli capitava di non riggiri la vista di (…)»- che dei cambiamenti altrui -«non era stato ajeri che Nicolò aviva i capelli russi mentre erano squasi tutti bianchi?»
Avvertiamo l’irrequieta, seppur matura, dissociazione dell’io di Montalbano primo e secunno - «l’ipotetico fauno Montalbano» ed «il casto Giuseppe»- riflessa nel rapporto d’amicizia/attrazione (con Ingrid) che a sua volta dà luogo al confronto di solitudini.
Seguendo le tracce di porporina e l’odore di bruciato assistiamo alla consueta indagine parallela, sulle ragazze russe marchiate dal tatuaggio a farfalla accolte sotto l’ala dell’associazione/organizzazione «La buona volontà» e sul rapimento/vacanza d’un marito.
In definitiva, una serie di riferimenti, oserei dire, studiati geometricamente, similmente a lanci e colpi sul tavolo del biliardo, perché si risolvano con l’angolazione desiderata.
Difficile pensare che le annotazione sul vissuto nazionale non siano delle chiose nel senso più figurato del termine. Sorta di commenti maliziosi su abitudini e pregiudizi (-«da quando nelle case era trasuta la televisione, tutti si erano abituati a mangiarepane e cataferi. Da mezzojorno all’una e dalle sette alle otto e mezza di sira, vale a diri mentre si stava a tavola, non c’era televisione che non trasmittiva immagini di corpi fatti a pezzi»; -la decina di righe polemiche riguardo quelli «che per annari a fari la spisa al mercato pigliavano il fuoristrada (…) e quelli coi Suv?»;- «se gli diciva che era commissario, quella capace che non rapriva manco a cannonate. Invici l’anziani facivano sempre trasire ‘n casa i truffatori senza creare problemi»). Una specie di commento sbarazzino, quando il riferimento è alle centinaia di extracomunitari da Lampedusa «avviati ai campi di concentramento, pardon, di prima accoglienza», alla «nova liggi sulla legittima difesa» oppure al pensiero che «gli viniva da ridiri ogni volta che sintiva viscovi e cardinali fari pubblici proclami contro il riconoscimento delle coppie di fatto alla luce del fatto che tanti matrimoni erano finiti prima della loro convivenza».
Diciamo che il giallo è specchio della società in cui è ambientato, e quello italiano, non è da meno degli altri.
Corrispondenze e relazioni reciproche tra accadimenti e situazioni sono parte essenziale del procedimento stilistico della narrazione di Andrea Camilleri, in quanto l’autore dispone pressoché simmetricamente concetti e ragionamenti in modo tale da offrire al lettore la chiave di decodifica del testo e, al personaggio Montalbano oltre che al lettore, l’impalcatura logica per risolvere le indagini.
Sfogo naturale quanto doveroso di contrapposizioni, contrastanti atteggiamenti, barcamenarsi di sentimenti e doppiezza dilagante, vero fiume in piena in cui qualcuno «fa quasi pena: è come un surci assicutato da dù gatti affamati: la mafia e la liggi!», l’appiglio più saldo sembra essere fornito dall’integrità degli esseri umani, di persone che a differenza delle altre sembrano avere, seppur umilmente e con mille difetti, nel proprio mestiere la loro missione.
La palese critica a personale ed amministratori di associazioni/organizzazioni del tipo «Buona volontà», esplicitata ulteriormente nelle parole di don Antonio -«allordano con la loro prisenza il travaglio di migliara di onesti volontari»- sottolinea quel dualismo bene/male che anticipavo.
Mi vengono in mente quei paesi inglesi, apparentemente lindi e pacifici, ritratti in gialli in cui è dirompente la carica emozionale dell’omicidio da parte dell’assassino sconosciuto o della porta accanto che fosse. Una calma simulata, basata su “quel che sembra ma non è” alla base del romanzo poliziesco inglese dove coloro che attentano all’ordine sociale vengono smascherati dagli investigatori coadiuvati dai privati.
Secondo una lettura sociologica del giallo/poliziesco che, a suo tempo, ho approfondito con lo studio dei testi di un appassionato estimatore del giallo, nonché economista, sociologo e storico Ernest Mandel, appare nitidamente ne Le ali della sfinge la funzione sociale del romanzo poliziesco. Di conseguenza, la situazione è meno ingarbugliata? Anzi, una faccenda quella della «Buona volontà» da maneggiare «con molta cautela. E’ roba esplosiva». Coloro che tramite associazioni o altro potrebbero e dovrebbero sostenere le istituzioni o comunque il bene comune, invece lo insidiano con il loro stesso comportamento malavitoso. Quelli che sembrano onesti, in realtà sono delinquenti. Intonata la citazione di Don Chisciotte a pag. 258.
Il giro di furti (e di ciò che ne consegue) tenuto in piedi dagli scaltri, quanto doppi, burattinai della «Buona volontà» (un nome d’associazione che era un programma) sarà sgominato e scoperto anche grazie all’indiretto aiuto di delinquenti comuni.
Dicevo, quasi all’anglossassone. Là, trionfo del bene e punizione del male sono imposti dall’etica protestante, qui, è la sincera buona volontà, la logica ed il talento di un singolo, Montalbano, letteralmente ispirato, a far venire a galla i peccati. Il commissario deve conquistarsi la verità con il raggiro, con «na recita a ‘mprovisazione», calandosi in due delle sue «migliori interpretazioni» come gli dice complimentandosi Mimì.
Viene così a chiudersi la collana dei doppi; poiché la simulazione stessa funge da chiusura. Nella prima indagine, simulazione d’onestà (quelli dell’associazione e Morabito), nella seconda, simulazione di reato (rapimento di Picarella).
Poco meno di un sacerdote della giustizia, questo Montalbano, che tramite orazioni ad hoc e confessioni riesce, come da proposito e per aspirazione/ispirazione, a far trionfare il bene.
Tuttavia, malgrado consapevole che un colloquio, un po’ confessione, un po’ resa dei conti, sistemerebbe il rapporto con Livia, non riesce a scrollarsi di dosso timidezza e responsabilità. Vince la partita contro il male, in quanto razionale e talentuoso, ma è pur sempre un uomo molto sensibile.
P.S. Detto fra noi. Da leggere con fraterna complicità le pagine della nottata in compagnia di Ingrid.

