Valerio Massimo Manfredi, L’ultima legione, Milano, Mondadori, 2002, pp.472, € 10,00Avete presente quelle partite di calcio durante le quali la squadra capolista fatica ad imporsi sulla più modesta ma insidiosa avversaria, però negli ultimi dieci minuti con due bei goal raddrizza le sorti dell’incontro? Ecco, L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi segue alla perfezione le dinamiche appena citate, e del resto narrare la fine dell’Impero Romano d’Occidente non era impresa tra le più facili. Il protagonista ufficiale della narrazione è quindi l’ultimo imperatore, Romolo Augusto, un fanciullo tredicenne al quale viene massacrata la famiglia da parte degli Eruli e degli Sciri, barbari già stanziati in Italia al comando del generale Odoacre. Questi depone Romolo inviando le insegne imperiali ad oriente, affermando che un imperatore era più che sufficiente. Da qui parte la finzione romanzesca inscenata da Manfredi, che immagina un esilio forzato di Romolo a Capri ma, soprattutto, la sua liberazione da parte di alcuni idealisti fedeli a quel mos maiorum di stampo repubblicano che ormai non esisteva più. Aurelio, soldato tormentato da uno strano evento del passato, Livia, donna guerriera che identifica Aurelio nell’uomo che l’aveva salvata da piccola ad Aquileia, e altri eroi che erano stati nella legione di Aurelio, fanno evadere l’imperatore da Capri e intraprendono un insidioso viaggio verso la Britannia, in compagnia di Ambrosinus, il precettore di Romolo ed egli stesso celta romanizzato. Lì dovrebbe realizzarsi una profezia udita proprio da Ambrosinus, ma c’è di mezzo anche una spada che appartenne a Giulio Cesare e che è finita nelle mani di Wulfila, terribile luogotenente di Odoacre e loro acerrimo inseguitore. Tenendo presente che gran parte del libro verte proprio sulla fuga del composito drappello attraverso i territori ex-imperiali ormai in rovina, con notevole inserimento di contrattempi, battaglie e colpi di scena, si può ben capire come questo non sia il miglior romanzo dell’autore, opere come Lo scudo di Talos o Il Tiranno mi sembrano senza dubbio superiori in quanto a pathos e a costruzione narrativa. Ma verso la fine, quando tutto sembra indirizzato ad una dignitosa routine, ecco che il grande campione esce allo scoperto e piazza la stoccata vincente, che ovviamente non posso rivelare, ma che innalza il romanzo a livelli ben più consoni. Perché si tratta in definitiva di una buona lettura per svago, e allo stesso tempo di un compendio sulle vicende di un periodo storico poco analizzato, che Manfredi rende alla perfezione grazie ad un rappresentazione plausibile della rovina alla quale i barbari, spesso inconsapevolmente, portarono i territori romani. La superiorità culturale romana è ben chiara anche oggi grazie alle rovine che pullulano in gran parte d’Europa, mentre non ci furono Eruli o Visigoti o Unni in grado di lasciarci alcunché di paragonabile (con l’eccezione meritoria degli Ostrogoti e dei Franchi). Ma questo non è bastato, sta ora a noi Europei salvare le nostre terre dalla barbarie, e la lettura di un romanzo come L’ultima legione dovrebbe farci capire quanto sia ancora importante combattere per un’idea.

