Giuseppe Longhi, Le donne, i cavalier, l’armi gli amori, e… la cucina ferrarese, Edizioni Calderini, Bologna, 1984“Le donne, i cavalier, l’armi, gli amori, e …”
Questo verso, preso a prestito dall’Orlando furioso - poema cavalleresco, capolavoro della letteratura del Rinascimento italiano composto in ottave e pubblicato per la prima volta nel 1516 in 40 canti, saliti a 46 nell’edizione definitiva (?)
del 1532, da Ludovico Ariosto (Reggio Emilia, 8 settembre 1474 – Ferrara, 6 luglio 1533) - dà il titolo ad un libro, ormai adulto (Ia edizione 1979) scritto da Giuseppe Longhi, circa la storia della gastronomia ferrarese. In esso non si “trovano” nuove scoperte, ma vengono rievocate, riordinate e ridimensionate notizie, giudizi ed apprezzamenti ”succhiati qua e la”, fusi insieme “e nutriti con dovizia di fotografie, disegni, caricature e saggissime attestazioni, motti, dediche e stornellate” per fornire al lettore la possibilità di formarsi un giudizio sicuro sui costumi e le tradizioni di “nobilissimi scalchi come di modesti porcai, pescatori cacciatori, trattori e vinaroli” (p. 7)
In 22 Capitoli - più il congedo finale ed una parte dedicata a giudizi ed aforismi - si snoda un percorso che ha inizio con la Signoria estense e la sua fastosa opulenza. Da Azzo Novello, che si aggiudicò il dominio su Ferrara, passando per i vari marchesi e duchi, il fasto e la sontuosità vennero espressi, con cerimonie, tornei e cacce; ove la corte raggiunse un primato che aveva per insegna la cultura e l’arte, ma anche più generosa ospitalità, a tal punto che “lo storico Antonio Abbondanti, imolese, nel capitolo dei suoi Viaggi, qualificava i ferraresi: del viver malinconico nemici”. (p.12) Tra i nomi che ancor oggi si citano è doveroso ricordare Giovan Battista Rossetti, scalco di Lucrezia Borgia e Cristoforo da Messisbugo, che divenne, tra il dominio di Alfonso I ed Ercole II, il maggior regista italiano e forse europeo del banchetto-spettacolo, nel quale sono presenti tutte le forme d’arte conosciute e nell’ambito del quale si fa politica anche tramite l’allegoria e la disposizione dei posti. Egli può essere considerato non solo il fondatore della cucina rinascimentale, ma anche di quella moderna italiana.
Sotto la Delegazione Pontificia, entrata in Ferrara dopo la morte di Alfonso II per non aver avuto eredi diretti, seguì una maggior morigeratezza di costumi, ma egualmente si tenne in prestigio l’arte gastronomica e le regole per una buona tavola.
Seguono poi capitoli, ognuno dei quali dedicato a particolari prodotti, veri emblemi del nostro territorio.
Ecco … il pane ferrarese, dono della terra, dell’aria, dell’acqua e… dell’uomo che già dagli statuti del 1287 era tutelato; le tagliatelle che la leggenda vuole siano “sbocciate “ dall’imitazione dei biondi capelli di Lucrezia Borgia; il pasticcio di maccheroni, i cappellacci, i cappelletti, i passatelli che danno lustro e sapore ad una vasta gamma di primi piatti; la Salama da sugo, che la leggenda vuole fosse il vero medicamento afrodisiaco per il marchese Nicolò (Di qua e di la dal Po son tutti figli di Nicolò); l’anguilla; lo storione, il riso; l’aspargo; il tartufo; il Pampapato, nato nei monasteri cittadini; i “mandurlin dal Point”, tipica specialità di Pontelagoscuro, composta da zucchero albune e mandorle; la “brazadela” …; il tutto innaffiato con quel vino che la tradizione vuole prodotto dalle viti importate dalla Còt d’Or, da Renata di Francia figlia di Luigi XII che andò sposa ad Ercole II d’Este il 28 Giugno 1528. Questo vino conosciuto come Uva d’oro o vino di Bosco, nasce da vitigni posti sul margine della laguna di Comacchio, ove l’acqua salsa si insinua e si frammette per la porosità delle terra e, senza renderla infeconda, altera gli umori che essa dispensa alle viti, rendendo il vino unico nel suo genere.
Una carrellata veloce, ma unica nel suo genere… ! Ed ecco che la storia si fa leggenda e la leggenda si fa storia … ed invita ad un sincero brindisi… !

