Ulrich Mohr, Atlantis, Milano, Longanesi, 1983, pp. 385; reperibile nelle librerie antiquarieUn libro datato (la prima edizione è del 1957). Chi lo trova in biblioteca, oppure in qualche libreria antiquaria, non si lasci trarre in inganno dal sottotitolo -di copertina- “Un classico della guerra sul mare”. Un’iscrizione che sembrerebbe voler incanalare la percezione del potenziale lettore -meglio se del tutto all’oscuro della vicenda del mercantile armato, meglio incrociatore ausiliario, “Nave sedici”, più comunemente Atlantis- verso l’idea di un romanzo -tant’è che il racconto ne assume spesso il tono e il linguaggio- di salgariana memoria. A ben guardare, si tratta di un altro memoriale a sfondo politico -di fatto è un’autodifesa- che riguarda vicende oggi ormai dimenticate o considerate un episodio del tutto marginale della seconda guerra mondiale. Non dobbiamo dimenticare che Ulrich Mohr era il secondo del capitano Berhard Rogge -divenuto poi ammiraglio nella marina della germania federale- inizialmente accusato di pirateria, maltrattamenti ed omicidio di prigionieri. Va letto, a mio parere, nel solco di quei lavori -ad esempio di Sven Hassel o di Paul Carrel- che cercano di dare alla guerra una dimensione umana e, quindi, eroica ben lontana da quel furore cieco e animalesco -si tratta di un eufemismo- che tutt’oggi assume nel quadro mondiale.
In questo caso la rivalutazione -ambientale e soggettiva- passa attraverso la contrapposizione tra la cavalleresca idea della guerra, “cara” alla Kaiserliche Marine, e quella ben più brutale e selvaggia del nazismo, con la costante attenzione a non coinvolgere in quest’ultima categoria l’intera Kriegsmarine. Sia ben chiaro, non si tratta di un libro critico, la distinzione appare spesso velata o casuale, mentre non vi è mai una presa di posizione particolarmente esplicita. Gli ufficiali e l’intero equipaggio dell’Atlantis -questa è la tesi di fondo- avevano combattuto per il loro paese e non per un’ideologia che, come sembra suggerire il primo capitolo, era piuttosto ottusa. In altre parole, dalla ricostruzione di Mohr e dall’introduzione di Rogge sembra emergere con evidenza l’albero -se così si può dire- di cui la nuova marina militare tedesca, democratica e repubblicana, rappresenta i rami e le foglie, mentre le radici non possono che essere la marina imperiale -in cui si era arruolato Rogge a quindici anni- ed il tronco -la struttura portante- gli uomini che presero parte alla seconda guerra mondiale.
La lettura scorre piacevole anche se il racconto di Mohr è una memoria pilotata, a volte lacunosa e superficiale, altre volte ricca di particolari. L’incontro con il King City, un mercantile inglese disarmato affondato al largo del Madagascar dopo un bombardamento che costò la vita a 6 uomini tra i quali 4 giovanissimi mozzi, ne è un esempio significativo. La fase iniziale, in cui la nave britannica venne scambiata per una “nave da caccia” camuffata per intercettare ed affondare l’Atlantis, scorre rapidamente tutta incentrata sul malinteso generato da un comportamento anomalo della potenziale “preda”. Gran parte della descrizione, poi, riguarda il tentativo di soccorrere i sopravissuti ed il rapporto, “divenuto più freddo”, con i prigionieri. I fraintendimenti, però, comporrebbero una lunga lista, la stessa delle prime accuse rivolte a Rogge, quale effetto, sostiene Mohr, della guerra, dunque dell’imperativo, sentito da ogni sodato, di sopravvivere per il proprio paese.
L’autore di doglie per i morti, ma la guerra esercitò il suo fascino sin dall’inizio: «L’affondamento del piroscafo francese [si tratta del Commissaire], come già quello del King City, ebbe qualcosa di epico, di wagneriano.» Mohr, dunque, non fa altro che riflettere un’ideologia di fondo, quella della guerra d’aggressione, mentre cerca di accostare il ruolo di quella nave e di quell’equipaggio a quello di un esercito che combatte perché il proprio paese è stato invaso. Si compiace spesso del ruolo di “lupo” del tutto simile a quello dei sommergibili tedeschi che conducevano una guerra non meno celata quanto, secondo le convenzioni di Ginevra -come se la guerra potesse legalizzare e regolamentare la guerra- più ortodossa e accettata.
A volte la guerra o, meglio, la descrizione della guerra sembra meno interessante dei momenti di “pace”. Così alla permanenza di qualche giorno alle sperdute isole Kerguelen (tra Oceano Indiano e Mare Antartico, fanno parte dei territori australi ed antartici della Francia), per effettuare piccole riparazioni e imbarcare acqua dolce, sono dedicate oltre trenta pagine, ben più di quanto avvenga per ogni singola operazione offensiva. Solo le fasi finali -gli ultimi capitoli- occupano uno spazio maggiore, dall’incontro con l’incrociatore Devonshire, all’affondamento dell’Atlantis, sino al ritorno in germania a bordo di un U-Boot.
Un libro, questo di Mohr, che andrebbe letto tenendo ben presente diversi fattori di ordine storico, giuridico, bellico e morale, nonché politico. Gli eventi, innanzitutto, quelli che segnarono la prima fase della guerra navale, tra il 1939 ed il 1941, che vedono diversi vascelli “pirati” tedeschi assalire le navi mercantili alleate oppure neutrali con lo scopo di interrompere le rotte commerciali o, quanto meno, ostacolare il traffico orientando verso di esse una certa parte della flotta da guerra britannica. Una guerra condotta in questo modo, poi, è legittima? -Come se esistesse un modo giusto ed umano di condurre una guerra- Secondo le convenzioni di Ginevra (Diritto di Ginevra, Diritto delle Vittime di Guerra e Diritto Internazionale Umanitario, alcune parti delle quali risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, ed in particolare alla X Convenzione per l’adattamento alla guerra marittima dei principi della Convenzione di Ginevra del 1906, firmata all’Aja il 18 ottobre 1907 ed abrogata dalla II Convenzione del 1949), il comportamento dell’Atlantis e del suo equipaggio era del tutto proditorio e criminale. Allora perché non si procedette, come avvenne in molti processi post-bellici? A questo punto subentrano le considerazioni politiche generate dalla guerra fredda e dalla necessità di dare alla germania occidentale delle forze armate capaci e, quanto più possibile, ideologicamente anticomuniste, almeno sino al punto di contrapporsi, come in una guerra civile, ai tedeschi che avrebbero combattuto, altrettanto ideologicamente, al fianco dei sovietici nell’allora imminente terza guerra mondiale.

