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Rigoni Stern M., Il sergente nella neve; Ritorno sul Don, 2005

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rigonisternm-sergenteneve-r    Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve; Ritorno sul Don, Torino, Einaudi, 2005, pp. 328, € 10,00
    Erano passati solamente otto anni dalla fine della guerra -era il 1953- quando Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia di Mario Rigoni Stern venne pubblicato per la prima volta dall’Einaudi. Non era la prima memoria della guerra apparsa nelle librerie, ma rappresentava qualcosa di nuovo. Il direttore della collana, Elio Vittorini -come viene ricordato nella prefazione- scrisse: è forse l’unica testimonianza del genere da cui si riceva un’impressione più di carattere estetico che sentimentale e polemico, o insomma pratico. Una piccola Anabasi dialettale, la definiremmo…
    Ciò di cui parlava Vittorini, probabilmente, era la profondità che si poteva cogliere in quelle pagine, una sensibilità ed un “vissuto” ben diversi da quelli estrapolabili dalle memorie di qualche generale, solitamente difensive, oppure velatamente assolutorie come si poteva estrapolare dagli scritti di alcuni ufficiali inferiori. Nel libro di Rigoni Stern vi è un sentimento -che potremmo anche definire popolare- in qualche modo assente o sommerso dalla tensione populistica e politica, ad esempio, trasmesso solo pochi anni dopo da Giulio Badeschi (ufficiale medico), con Centomila gavette di ghiaccio (1963). Intendiamoci: la sofferenza era stata la medesima, ma il modo di ricordarla, di raccontarla e di condensare quel vissuto nelle scelte successive era stato profondamente diverso. D’altra parte, Badeschi nel 1943 scelse la repubblica mussoliniana e comandò la XXVa Brigata Nera di Forlì, con la quale combatté i partigiani, sino all’ultima ora, arrivando sino all’area di Thiene. Guarda caso, poco più a valle delle zone (l’altopiano di Asiago), in cui Rigoni Stern avrebbe operato da partigiano, se non fosse finito nei lager nazisti come internato militare. Qualcosa di ben diverso anche da Mai tardi. Diario di un alpino in Russia pubblicato nel 1946 da Nuto Revelli, ufficiale anch’esso alpino e futuro comandante delle brigate partigiane piemontesi Valle Vermenagna e Valle Stura, il cui spessore critico si condenserà in La guerra dei poveri (1962), e nell’ultimo lavoro Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana (2003).
    Il linguaggio di  Rigoni Stern è sempre semplice, comprensibile, affabulante. Ad ogni lettura o rilettura delle sue pagine è come ritornare insieme a lui in quei luoghi; è come, davanti ad un camino acceso ed un bicchiere di “rosso”, ascoltare quella “storia” per la prima volta; è come esserne parte. Nell’edizione del 2005, nella collana “Tascabili”, vi è l’accostamento tra la ritirata -Il sergente nella neve- ed il ritorno in quei luoghi compiuto nel 1972 (divenuto libro l’anno successivo): Quei soldi [la liquidazione] li volevo per tornare in Russia. Forse avrei potuto trovare anche un giornale che avrebbe finanziato il viaggio; ero pur sempre quel tale che aveva scritto Il sergente. Anche degli amici comunisti avrebbero trovato il modo per farmi ritornare laggiù con poca spesa. Ma non volevo questo, o non cercavo queste strade; volevo essere libero di andare a modo mio. Ed è questo Rigoni Stern: uno spirito libero che ha sempre scelto di essere e nella semplicità trovava l’essenza del vivere e l’anima degli uomini. Per questa ragione, il Ritorno sul Don non fu un pellegrinaggio, bensì la ricerca di sé: Cammino fuori pista. Capitano Grandi del Tirano, dormi in questa pace. Ti porto i saluti dei superstiti del tuo battaglione, di Nuto Revelli e di tutti gli alpini della Tridentina. Dormite in pace amici valtellinesi, in questo silenzio, in questa terra nera, in questo autunno dolcissimo. Chino la testa e poi faccio un cenno con la mano: - Ci rivedremmo un giorno. Arrivederci.
    Raccontare la storia del “sergente” e dei suoi alpini, quelli tornati a baita e quelli rimasti sul fronte, non è facile. Molto è stato scritto e, verosimilmente, molto si scriverà ancora soprattutto quando si cercherà di capire quell’epoca, la guerra e chi l’ha subita combattendola. Dall’avamposto sul Don, con le lepri che correvano sul ghiaccio, alla battaglia -indimenticabile, nella storia italiana- di Nikolajewka e la successiva ricerca di questo luogo capitale solo per rendersi conto di quanto fosse insignificante. Certamente, essenziale ed importante per chi visse la ritirata nell’inverno 1942, ma talmente piccolo sino a rendersi conto, trent’anni dopo, di quanto fosse del tutto trascurabile quel luogo -provate a cercarlo sulle carte geografiche di Google o di qualche GPS!- nella vastità della pianura russa (ad ovest del fiume Don, a nord-est di Kharkov o Charkiv, poco più a est di Valuyki). Eppure, Rigoni Stern si è ritrovato in quel luogo, ricordando chi è passato per arrivare “a baita” e chi è caduto sulla soglia di quella porta.
    Entrambi questi libri, uniti in quest’edizione, sono un “viaggio nella memoria” attraverso un vissuto divenuto parte integrante del ricordo comune di quegli eventi. Nella steppa di Katovskij, ad esempio, senza citarlo esplicitamente, né mettersi a confronto, Rigoni Stern narra un episodio dell’avanzata descritto da Revelli (La guerra dei poveri), ossia l’assalto a quota 228. Ne scaturisce un ricordo parallelo in cui il “sergente” descrive quei momenti dal suo punto di vista, che rimane esplicitamente soggettivo giacché non prova nemmeno a rapportarlo alle descrizioni ufficiali di quell’episodio rinunciando, così, a storicizzare la propria esperienza attraverso il vello d’oro della Storia (quella con la “S” maiuscola). Lo stesso accade ne In un villaggio sepolto nella balca la cui storia dell’incontro tra padre e figlio rimane sospesa come in un racconto, ambientato nella profonda steppa russa, di Pasternak o Tolstoj e lo stesso si potrebbe dire per Tre patate lesse.
    I racconti che seguono stendono un legame ideale tra il rientro dopo la ritirata del 1942 ed il ritorno -il terzo viaggio in Russia- del 1972. Attraverso La segheria abbandonata (in cui si parla di ebrei deportati sull’altopiano), Bepi, un richiamato del ‘13 (di cui la “Storia” non farà mai menzione), Un ragazzo delle nostre contrade (una “piccola” storia partigiana), e La scure (dedicata a Primo Levi), emerge una dimensione popolare, di vita vissuta. Una dimensione naturale, quasi ovvia sebbene mai banale, come in diversi altri scritti di Rigoni Stern, ad esempio ne Il bosco degli urogalli (1962), oppure in Storia di Tönle (1978), anche in Uomini, boschi e api (1980), ed altri che seguirono, ma sarebbe troppo lungo elencarli tutti.
    Dopo aver letto quest’insieme di scritti, soprattutto se non avete mai affrontato nulla di Rigoni Stern, non potrete dimenticarlo. Eppure il messaggio, per alcuni la “lezione” -benché Rigoni Stern non voleva essere un maître a pensé- non è stata riconosciuta: la guerra è una grande sciocchezza. Gli uomini continuano ad ammazzarsi e taluni devono camminare ancora chilometri ed anni prima di arrivare in luogo ove ritrovare la propria pace.
    Scrivo queste righe pochi giorni dopo la notizia della sua morte. Se ne è andato in silenzio come molti suoi compagni ed ora lo immagino con loro sorridere e ricordare quei tempi che hanno così segnato la sua esistenza e che resteranno, distillati per sempre, nelle pagine dei suoi libri.
 

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