Si sta / come d’autunnoAl di là di ogni scolasticismo, catalogazione o semplificazione, Giuseppe Ungaretti è riuscito a dar voce ed espressione alla drammaticità dell’esperienza della Prima Guerra Mondiale ed, in modo peculiare, al senso di precarietà della condizione umana in tale situazione.
Nato ad Alessandria d’Egitto e vissuto per molto tempo in Francia, Ungaretti tornò in Italia nel 1914 e, all’inizio della guerra del 1915-18, convinto interventista, partì come soldato semplice di fanteria per il fronte del Carso.
Quindi, Ungaretti non si sente un poeta-vate come D’Annunzio e nella sua prima raccolta di liriche dettate dall’esperienza della guerra, Il Porto Sepolto del 1916 (confluita, poi, in Allegria di naufragi del 1919), per dare forma e riuscire a verbalizzare al contempo il proprio dolore individuale e la tragedia collettiva rifiuta ogni artificio retorico, iniziando una nuova ed incessante ricerca di formule e motivi.
Così, per lo stretto legame ed il reciproco condizionamento tra poesia ed esperienza autobiografica, la forma del componimento rispecchia l’animo dell’uomo-poeta o, più precisamente, alla frantumazione del verso e dell’intero linguaggio poetico corrisponde la lacerazione intima di Ungaretti e viceversa.
Le poesie di Ungaretti, al pari delle pagine di un diario, in cui il poeta annota con precisione luoghi e tempi, non presentano alcuna descrizione, bensì un insieme di versi brevi – spesso persino composti di una sola parola – concentrati su sensazioni ed emozioni concrete, immagini folgoranti, per la loro potenza ed intensità espressiva. Dunque, partendo da sé, dalla propria condizione di “relitto di un naufragio” (cioè, di superstite di guerra), Ungaretti riscopre la parola essenziale, quotidiana, ma anche l’importanza, all’interno del discorso lirico, della pausa, del silenzio: “una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”. Egli conferisce nuovo valore alle parole ed al loro significato, nonché alle cose che esse evocano, proprio per poter esprimere l’inesprimibile e portare alla luce frammenti di realtà nascoste, ma condivisibili, universali. Inoltre, dall’ “accostamento di parola a parola … mettendo a contatto immagini lontane, senza fili”, ovvero, attraverso l’analogia, il poeta riesce a far scaturire altre scintille, nuove suggestioni.
Quest’ultimo punto è riscontrabile nella maniera forse più esplicita nella lirica San Martino del Carso, scritta da Ungaretti nel 1916 ed incentrata anch’essa sull’esperienza di guerra, ma, soprattutto, sullo strazio che essa ha provocato, al contempo, nel mondo esterno e nell’animo dell’uomo e del poeta: “E’ il mio cuore / il paese più straziato”.
Comunque, Ungaretti, come espresso nel titolo della raccolta, oppone al “naufragio”, inteso come mancato approdo, crisi di valori, consapevolezza di dolore e delusione, l’ “allegria”, ovvero, l’attaccamento alla vita e la volontà di ricominciare, grazie all’àncora di salvezza fornita dalla poesia: “E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare”.


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