
Un’estate torrida. Un cinema all’aperto e un film sulla guerra. Negli occhi i filmati di quanto avviene nel Medio Oriente (secondo una visione del tutto euro-centrica). Il tuono del cannone; quasi un’eco lontano. Sembra il suono di un tamburo proveniente da una coscienza inquieta: eppure la sola idea della peste risveglia in noi un terrore atavico ben più forte di quello suscitato da uno scontro tra uomini la cui morte è sempre l’epilogo scontato. Sono molte le riflessioni che un film come questo stimola in spettatori attenti e minimamente consapevoli del rapporto tra realtà e finzione presente nella ricostruzione cinematografica. Saints and soldiers non propone la classica mistica dell’eroismo, quella alla John Wayne per intenderci (ad esempio: il giorno più lungo, berretti verdi, etc.). L’ambientazione è l’ormai lontana -quasi dimenticata- seconda guerra mondiale, all’inizio dell’offensiva tedesca nelle Ardenne (dicembre 1944-gennaio 1945).
Il film inizia con il massacro di Malmedy suggerendone -in modo involontario?- una spiegazione legata al caso. Oppure -volutamente?- rendendolo un atto del tutto ordinario nel bilancio di una guerra. Nel primo caso tralascerebbe una fondamentale considerazione bellica, prima ancora che storica, mentre nel secondo accennerebbe, troppo rapidamente, all’atrocità della guerra. In ogni caso, l’eliminazione dei prigionieri mai è stato un evento inusuale in alcun conflitto e presso tutti gli eserciti: chi non si è macchiato di crimini da tribunale internazionale? Certo, i vincitori (ri)scrivono la storia.
Il film di Ryan Little non ricostruisce quell’epopea americana descritta spesso come icona della resistenza e del sacrificio anti-nazista. Piuttosto si inserisce nella scia di un altro grande film di guerra Saving Private Ryan (del 1998, regia di Steven Spielberg), e della serie televisiva Band of Brothers (del 2001, serie Tv prodotta da Steven Spielberg), dove la guerra -ricreata nei minimi particolari- è subita dagli uomini. Certamente, si potrebbero citare altre produzioni, ma in tali esempi si concretizza il connubio tra iperrealismo delle scene e la visione personale-umana dello scontro. Il narrato è il “personale” vissuto dai protagonisti, di fatto travolti da eventi su cui non hanno alcun potere. Le ragioni del loro agire in quel contesto sono il filo conduttore di un modo di raccontare la guerra che vuole andare al di là delle trombe squillanti, dei tamburi rullanti. In altre parole, Saints and soldiers non racconta dei mitici esseri senza paura che gettano, sprezzanti della vita, il cuore oltre l’ostacolo per andare a raccoglierlo sbaragliando orde di nemici urlanti e crudeli.
Saints and soldiers, però, ha una propria identità. Un suo spessore ed una sua morale. Ed è per questo che ha raccolto numerosi consensi nei festival del cinema indipendente statunitense, da San Diego a Sacramento, sino all’Heartland Film Festival. Purtroppo, come spesso accade alle buone pellicole prodotte da case indipendenti, la distribuzione è stata piuttosto limitata.
Il cast, poi, è composto da giovani emergenti, tra i quali Corbin Allred, Larry Bagby, Chris Clark, Lincoln Hoppe, Christian Lee, Ethan Vincent e Melinda Renee. Attori conosciuti, ma nessuno di loro è una stella. Lo stesso regista, Ryan Little, è alle prime fatiche (alcune ben riuscite).
Il dramma del caporale Nathan “Deacon” Greer è il principale protagonista della pellicola. Ci ricorda come le perdite collaterali -ossia l’involontaria quanto “necessaria” uccisione dei civili- siano una realtà del tutto “normale” in guerra. Quella stessa guerra che, di fatto, pone a durissima prova la psiche dei combattenti, quasi fosse un allucinogeno di massa, sino a spingere i nostri personaggi/soldati, guidati dal sergente Gordon Guderson, a ricercare una flebile normalità confessandosi i loro piccoli segreti.
Alla fine “Deacon” -predicatore missionario costretto ad uccidere- muore come un eroe greco, trafitto dalle lance nemiche, proteggendo la fuga dei propri compagni. In questo modo, da una parte, riscatta la sua grande colpa -avere ucciso degli innocenti- e, dall’altra, compie la sua parabola apostolare insegnando ai pochi superstiti che l’odio uccide la mente e non lascia alcuna speranza di sopravvivenza. Non intendo quella fisica, bensì quella morale, giacché avvelena le radici dell’umanità. Alla fine anche il nemico è un uomo di cui si possono condividere sogni e paure.
Complessivamente, un bel film; con molti spunti di riflessione. Riscontro il principale limite, però, proprio nella costruzione della trama. In particolare, nella sostanziale disattenzione per i “grandi” eventi, così come si sono svolti e in cui è stata calata la vicenda narrata. Si dice “una storia vera”, ma per lo spettatore non vi è alcuna possibilità di andare oltre le immagini e di capire a cosa si riferisca quel “vera”. I personaggi risultano appena abbozzati, tanto da rendere spesso opaco ed a volte scontato il rapporto tra gli “uomini”, amici e/o nemici che fossero. In definitiva, non sono sufficientemente funzionali sia al narrato, sia al messaggio finale.
Da vedere.

