Un fumetto di ottima fattura disegnato da Frank Miller (autore anche di Sin City ed ideatore di Elektra), trasformato in un film interessante, pur dai toni leggermente cupi. Una storia magniloquente, epica, strutturata per accendere l’entusiasmo, ma con la disattenzione -frequente nei fumetti e nel cinema americano- verso l’accaduto, ossia i fatti di cui si tratta o, meglio, si narra. Ancora una volta il messaggio è più importante della veridicità della trama giacché l’episodio delle Termopili non si svolse come descritto nelle tavole di Miller e riportato dal regista Zack Snyder.
Va detto esplicitamente che tutto, in questo film-fumetto, sembra rappresentato per radicalizzare lo scontro tra il bene ed il male, per alterare la percezione degli eventi e creare falsi miti. Quanti crederanno che sia andata veramente così? Molti di più dei tanti che si sono resi conto dell’esca ideologica rappresentata da questa pellicola-fumetto.
Sparta non era la terra della libertà se la maggioranza della sua popolazione, gli Iloti, erano schiavi ed il loro lavoro permetteva all’esigua minoranza di Spartiati, gli unici a godere dei diritti politici, di dedicarsi unicamente alla vita militare. Alle Termopili, poi, non vi erano solo spartani, costoro erano una esigua minoranza delle forze alleate greche. Allo stesso modo, l’ultima resistenza della retroguardia comandata da Leonida era composta anche da tebani e tespiesi. Ancora, il tradimento non fu compiuto da uno spartano storpio, ma da un contadino greco, e lo stesso Leonida morì poco dopo l’inizio dell’ultimo scontro, mentre la battaglia proseguì per tutto il giorno. Certo, in ogni opera d’ingegno vi è un margine di libertà narrativa, anche quando questa manipola -senza dichiararlo esplicitamente- la realtà.
Se quanto è stato rappresentato non corrisponde ad una visione oggettiva, allora si può pensare che si tratti di metafora. A ben guardare troviamo gli stessi elementi concettuali presenti in Starship Troopers (1997, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Anson Heinlein), come la positività della società guerriera in grado di sovrastare, con la sua fisicità, ogni altra espressione umana, fermo restando che il nemico non ha una natura realmente umana. Un dominio morale che deriva dalla gestione delle armi, in altre parole l’unica via in grado di garantire la libertà ed il progresso umano. Una visione hobbsiana della forza come unica garante di autonomia e, per estensione, del dominio come una soluzione di convivenza. Quel darwinismo sociale solo apparentemente nascosto dalle società moderne che affiora attraverso tutte quelle diversità che intimoriscono o spaventano i “semplici”, magari non violenti, pronti a ricorrere ad un esercito per difendersi dai nemici provenienti dall’est, con fattezze fisiche ed usanze diverse dalle proprie, e già per questo trasformatisi in minaccia vitale.
Un bel film; una pessima storia.

