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Tutti a casa (Luigi Comencini, 1960) - tutti a casa: ma a casa di chi?

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Locandina    Ecco un film che dovrebbe essere proiettato a scuola, se solo gli studenti non fossero ormai inebetiti da tonnellate di reality show e pellicole americane con esplosioni e simili. In sintesi, è la storia di vari soldati italiani –tra i quali spiccano quelli ben resi da Alberto Sordi e Serge Reggiani- che, dopo l’8 settembre del 1943, giorno in cui venne reso noto l’armistizio tra Italia e Angloamericani, si ritrovano senza ordini a vagare in giro per l’Italia, con i tedeschi che sparano e la devastazione tutt’intorno. Il paesaggio assolato, che generalmente rappresenta un topos del Bel Paese da cartolina turistica, qui diviene stridente ed angoscioso, in quanto contrasto insanabile con animi ormai esacerbati, in un senso o nell’altro, dallo sforzo bellico. Con tono da commedia mista a dramma, Comencini guida lo spettatore nella storia di una nazione allo sbando, dove tutti gli atti divengono improvvisati e dettati da ragioni personali di sopravvivenza, dove i dialetti si confondono in una babele che mostra ancor più come, nei momenti veramente importanti, l’origine sia una variabile del tutto prescindibile. Un vero film italiano, quindi, che sa accumulare tensione quando necessario –l’episodio sulla barca con i nazisti e l’ebrea, oppure quello nella casa del soldato Fornaciari con il prigioniero americano- e sa anche far riflettere bonariamente su di noi e sul nostro passato. Forse, a volergli trovare un difetto, il film non riesce a fondere del tutto le sue due anime, quella di commedia all’italiana e quella neorealista, o, per meglio dire, ci riesce soprattutto all’inizio, quando la mancanza di ordini da parte dei comandi militari getta nel caos le soldatesche. Ma la presenza di Alberto Sordi, non certo protagonista unico, bensì mattatore non troppo istrionico della pellicola, agisce da collante tra le due istanze suddette, in quanto la sua figura, divenuta una vera e propria icona cinematografica, tiene assieme alla perfezione il serio e il faceto, e può essere considerata il vero filo conduttore dell’opera. In particolare, quando egli si confronta con il padre –un superbo e ottuso Eduardo de Filippo- denota ancor meglio il contrasto insanabile tra l’anima servile e finto-patriottica del paese e quella che invece è vittima poco consapevole di un’ideologia che, con mistificazioni varie e assortite, condusse l’Italia allo sfacelo. Il finale, non risolutivo e considerabile come aperto, ci consegna una nota di speranza, e riflette sulla necessità, da parte della borghesia un po’indifferente ma non incancrenita rappresentata qui da Sordi, di schierarsi infine dalla parte giusta. Come a dire, esiste sempre una casa dove, con tutte le differenziazioni possibile, dobbiamo abitare, in quanto l’esserne fuori ci fa rimanere preda delle tenebre, manovrabili da un nemico che anche oggi, seppur sotto spoglie diverse, sta nascosto dietro l’angolo in attesa di colpire.
 
  • Regia: Luigi Comencini
  • Interpreti: Eduardo De Filippo, Claudio Gora, Alberto Sordi, Martin Balsam, Nino Castelnuovo, Carla Gravina, Serge Reggiani, Didi Perego, Guido Celano, Mino Doro, Mario Feliciani, Carlo D'Angelo, Ciccio Barbi, Ugo D'Alessio, Vincenzo Musolino, Alex Nicol, Silla Bettini, Gabriella Giorgelli
  • Sceneggiatura F. Scarpelli, L. Comencini, M. Fondato, Age
  • Musiche A. Lavagnino
  • Fotografia C. Carlini
  • Montaggio N. Baragli
  • Genere Drammatico, b/n 120 minuti
  • Produzione Italia 1960

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