Il titolo di questo film è più che mai impegnativo, giacché ricalca il più conosciuto volume, incompiuto e postumo, di Giuseppe “Beppe” Fenoglio, pubblicato nel 1968. Un’edizione curata da Lorenzo Mondo, frutto della revisione ed omogeneizzazione di due manoscritti, che ha prodotto un lavoro “pragmatico” sulla resistenza, le cui conclusioni, però, non possono essere del tutto attribuite a Fenoglio. Il film di Guido Chiesa ne riflette l’impostazione generale, tanto che le piccole libertà come le scene iniziali in cui viene ucciso l’amico…. non alterano il quadro complessivo della narrazione. Certo, vedere il film non è come leggere il libro, si tratta pur sempre di una sintesi, ma in questo caso piuttosto gradevole e rispettosa del testo scritto.
Il partigiano Johnny, dunque, è una visione soggettiva ed emotiva della resistenza. Attraverso il protagonista emergono i dubbi di Fenoglio non tanto sulla scelta dell’antifascismo militante, quanto sullo spessore ideologico dell’atto di ribellione vissuto in una prospettiva del tutto borghese. Johnny non trova la propria dimensione tra i partigiani “rossi”, troppo rozzi e politicizzati, ma nemmeno tra gli “azzurri” -i monarchici- che riflettono la struttura del vecchio esercito italiano -ufficiali, sottufficiali e soldati- ben equipaggiati e riforniti dagli alleati, ma assai poco propensi a contrastare sul campo le brigate nere. Johnny vive in sé un profondo conflitto interiore: vorrebbe agire come i “rossi”, ma vivere come gli “azzurri”. Un dissidio interno -di coscienza- vissuto nella costante precarietà della vita e che alla fine ne determina l’esito.
Raccontare altro della trama, significherebbe entrare nel merito del volume e del modo di essere partigiano dello stesso Fenoglio. Ci porterebbe, naturalmente, a confrontare questo testo con altri, ad esempio Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino (1947), ma anche Piccoli Maestri di Luigi Meneghello (1964), oppure L’Agnese va a morire di Renata Viganò (1949), mentre come pellicola è necessario porla in relazione con altre recenti storie cinematografiche della resistenza, tra le quali anche la rivisitazione dei libri appena citati come L’Agnese va a morire (Giuliano Montaldo, 1976), e Piccoli maestri (Daniele Lucchetti, 1998), benché il contrasto emotivo troverebbe una maggiore espressione in un film come Porzùs (Renzo Martinelli, 1997), dove l’attivismo antifascista e lo scontro ideologico tra “rossi” e “bianchi/azzurri” trova un epilogo drammatico (costato la vita anche al fratello di un grande intellettuale quale Pier Paolo Pasolini).
Il partigiano Johnny di Chiesa è soprattutto un film riflessivo, come sottolinea lo stesso regista attraverso la scelta dell’attore protagonista Stefano Dionisi, “in grado di recitare con gli occhi” (rimarca il commento del regista presente nel dvd). Tuttavia, sono veramente pochi i momenti morti ed anche il “solitario” inverno del 1944 viene raccontato con un ritmo cinematografico del tutto accettabile. Le poche scene di guerra non concedono nulla al realismo modello Saving Private Ryan (Steven Spielberg, 1998), mentre sono ben evidenti i sentimenti quali la paura, il terrore, la voglia di salvarsi e l’eroismo -spesso casuale più che cercato- che ha la morte come ricorrente conseguenza quasi naturale.
I personaggi sono quasi tutti credibili, compreso lo stesso comandante Nord, interpretato da Claudio Amendola, che all’uscita del film riscosse alcune critiche. Solo la figura della spia (Flavio Insinna), risulta stentata, ma questo riflette un modo di recitare oggi particolarmente fortunato nelle fiction.
Un bel film, ma non aggiunge nulla al libro.
Vedetelo e, soprattutto, leggetelo.

