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Buongiorno, notte (Marco Bellocchio, 2003)

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buongiornonotte-2003    Buongiorno, notte, un ossimoro apparente -per via della virgola che separa le parole e distingue, di fatto i due concetti- che è già l’essenza stessa del film. Di fatto, Marco Bellocchio sfrutta la vicenda di Aldo Moro (Roberto Herlitzka) per raccontarci l’inizio della disfatta delle Brigate Rosse che non coincide con una sconfitta militare o politica, bensì con le prime avvisaglie della crisi morale di quella lotta (divenuta definitiva con lo scollamento dalle “masse” lavoratrici quando assassinarono l’operaio dell’Italsider di Genova-Cornigliano, sindacalista ed iscritto al PCI, Guido Rossa nel 1979). La grande lotta, dunque, non è tra i brigatisti e lo Stato, bensì interiore, tra sogni e realtà, ed interna alla sinistra, tra loro e chi non crede nella scelta armata. Quest’ultimi sono condensati nell’amico Enzo (Paolo Briguglia), non solo collega e corteggiatore di Chiara (Maya Sansa), ma anche autore della sceneggiatura, “Buongiorno, notte”, che, trovata nella borsa di Moro da Mariano (Luigi Lo Cascio), rappresenta la cosciente scelta democratica di chi, comunista, non si sente più legato all’immaginario rivoluzionario, sia esso marxista, sia sovietico dell’ottobre 1917 o fosse partigiano. Non è una rinuncia ideologica, quella rappresentata da Enzo è uno stadio di maturazione politica che si contrappone ad una scelta dettata dall’incapacità di leggere compitamente, dunque di interpretare, la società italiana.
    La pellicola scorre attorno al punto di vista del gruppo dei rapitori, carcerieri e carnefici, del presidente della DC. I dialoghi, le situazioni, il susseguirsi dei fatti si ispirano al libro Il prigioniero (Anna Laura Braghetti, Paola Tavella, Feltrinelli, 2003), ma Bellocchio interviene reinterpretando i sentimenti di quegli anni ed accentuando l’aspetto mistico della “lotta” attraverso le litanie rivoluzionarie più volte recitate da Chiara, da Mariano, da Primo (Giovanni Calcagno), e da Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio). Non solo. I continui riferimenti alle glorie del passato attraverso l’inserimento di spezzoni documentaristici o di sequenze di pellicole d’epoca, sembrerebbe sottolineare una profonda cecità contemporanea dei brigatisti che non è salvaguardia delle proprie radici, bensì incapacità di coltivare la pianta del “socialismo” e vederla germogliare.
    Un film onirico, pieno di visioni, di immagini, di memorie personali -in qualche modo condivise o incondivisibili per la loro contraddittoria natura ideologica- ma mai lento e scontato. La colonna sonora, a volte volutamente sfrontata, quasi a ricordare una sorta di tragedia, provoca numerose scosse adrenaliniche allo spettatore assonnato. Di fatto, l’alter ego -l’altra faccia della “storia”, se così la si può definire- del contemporaneo film di Renzo Martinelli, Piazza delle cinque lune, il cui obiettivo non è “indagare” il fenomeno del terrorismo, quanto le ragioni dell’assassinio di Moro.
    La narrazione segue, nel suo svolgersi complessivo, gli accadimenti e la conclusione non si scosta da quella avvenuta nella realtà il 9 maggio 1978. Il finale, però, non smentisce il carattere del film e propone un valore positivo attraverso la metafora della fuga. In altre parole, l’Aldo Moro che esce dalla sua prigione mentre i suoi carcerieri sono addormentati e si incammina per le vie di Roma rappresenta la sopravvivenza delle ragioni del convivere democratico e della trasformazione sociale per cui Moro lottò nella sua vita. Una serie di considerazioni ed opinioni senza alcuna remora politica emerse chiaramente, attraverso una puntigliosa e profonda critica, nei memoriali di quel processo-farsa in cui i brigatisti non hanno capito che la vittoria politica poteva essere ad un passo, mentre hanno cancellato ogni possibilità di dialogo con le “masse” attraverso un omicidio sentito come inutile ed efferato dallo stesso popolo a cui loro volevano fare riferimento.
 

    La scheda di Gian Luca Balestra

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