Paul Carrel, Arrivano! Sie Kommen!, Milano, RCS, 2000, pp. 386, € 6,66; prima edizione 1964Un libro interessante. A tratti divertente, ma sempre piacevole. Una narrazione scorrevole e ricca di particolari (adatta, soprattutto, agli amanti degli aneddoti), benché del tutto priva di riferimenti a documenti, a testimoni o qualsiasi altra traccia che possa essere verificata. Si potrebbe dire, pertanto, un romanzo d’ambientazione bellica di cui è protagonista l’esercito tedesco mentre gli alleati hanno il ruolo marginale delle comparse.
Paul Carell: qualcuno lo definisce uno storico, ossia uno studioso di storia. Se bastasse interessarsi ad una scienza per essere scienziato allora chiunque acquisti un’aspirina per curarsi un raffreddore potrebbe affermare di essere un medico. No! Non è settarismo, almeno in questo caso. Paul Carell, i cui libri hanno avuto una nuova eco nel decennio tra l’ultimo lustro del secolo scorso ed il primo di quello in corso è uno pseudonimo. Embè -potreste dire- non si tratta di una novità! E’ vero, ma in questo caso siamo di fronte ad una situazione analoga a quella riscontrata per Børge Villy Redsted Pedersen alias Sven Hassel (vedi: Hassel S., Gestapo, 1966 – Il revisionismo travestito da “nonnina”). Paul Carell non sarebbe altro che Paul Schmidt, impiegato del ministero degli esteri della Germania tra il 1923 e il 1945; nazista e traduttore di fiducia di Hitler -nei colloqui con Arthur Neville Chamberlain e alla firma dell’armistizio con la Francia nel 1940- tanto da rappresentare lo “Stato” negli “interrogatori” dei prigionieri canadesi dopo l’incursione di Dieppe (1942).
Dalle pagine di Sie Kommen! emerge l’immagine edulcorata della guerra e dell’esercito nazista, comprese -ma bisognerebbe dire, soprattutto- delle divisione SS impegnate su quel fronte: «Così accadeva sempre: l’astuzia, il coraggio e lo stesso spirito di sacrificio dovevano sempre cedere alla superiorità della forza.» In questo modo Carell mette a tacere i comportamenti criminali –ossia contrari alla convezione di Ginevra, come se la guerra potesse avere delle regole!- e, in qualche modo, cerca di addossarne il peso maggiore ai “nemici”. Tuttavia, sono del tutto assenti i massacri dei prigionieri, ad esempio, anche se è vero che azioni analoghe delle truppe “alleate” -non a discolpa, né per sminuirne le responsabilità- sono state prese in esame dalla storiografia contemporanea solo negli ultimi due decenni. I riferimenti a questi atti sono del tutto marginali: «La durezza e il fanatismo della battaglia dell’invasione, che avevano portato le due parti a derogare agli usi della guerra, culminarono in un fatto di eccezionale gravità.»
L’impressione che se ne ricava è: si poteva anche vincere; mancò poco, forse solo un briciolo di fortuna. Ovviamente, nonostante gli errori degli alti comandi, compreso dello staff di Hitler che resero del tutto inutile l’eroismo, la superiorità meccanica e l’estro tattico degli ufficiali e soldati tedeschi.
Vi è molta epica nella descrizione della battaglia di Tilly, più di quanta non vi sia nelle pagine dedicate ai momenti dello sbarco. Probabilmente è il fascino dello scontro tra carri armati -simulacri degli antichi cavalieri teutonici- che trova nell’episodio Viller-Bocage il suo apice. Le battaglie attorno al porto di Cherbourg e alla cittadina di Saint-Lò sono già l’anticamera della sconfitta, così come lo è del disastro la sacca di Argentan-Falaise, nondimeno tutto viene descritto in modo altisonante ed eroico.
Alla fine del volume siano di fronte alla solita becera opinione revisionista che ha le sue radici nella propaganda nazista della seconda guerra mondiale: la Germania era più forte, i suoi generali più astuti ed i materiali tecnologicamente più avanzati ed affidabili, ma gli alleati hanno vinto perché disponevano di maggiori risorse umane e economiche. In altre parole, il confronto tra capacità e massa era stato vinto da quest’ultima, nonostante fossero i primi a meritare gli allori. Per fortuna, dalla torre d’avorio degli storici ci arrivano segnali in netto contrasto con questa affermazione.
Nulla di nuovo, allora, ma sempre la stessa propaganda subliminale condotta con vecchi esponenti di un regime espressione di un’ideologia sconfitta, benché non ancora definitivamente vinta.
Vigilate, lettori, vigilate!


Comments
Vero! Verissimo! Per fortuna (o sfortuna, dipende dalle opinioni), ma la sostanza non cambia. La storia non si fa con la propaganda, ma con i documenti e Carrel non ne riporta nemmeno l'ombra. Il muro poi... quello per la cronaca stava ad est ed è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale....
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