Edmondo De Amicis, Cuore, Milano, De Agostini, 2008, pp. 253, € 6,90 Cuore, finzione di un racconto-diario di un bambino di terza elementare, il libro ha avuto lungo successo ed è stato tradotto in tutte le principali lingue del mondo: molto ammirato all’epoca, è stato oggetto, poi, di pesanti riserve, soprattutto per il
contenuto ideologico, giudicato troppo celebrativo dei valori patriottici e sociali propagandati dall’Italia umbertina. Resta il fatto che esso rappresentò per più generazioni una sorta di “codice della morale laica” post-risorgimentale. Inoltre, l’autore è molto attento ai valori dello stile e della lingua. Più nello specifico, il romanzo è il diario immaginario di un alunno di terza elementare (nelle prime due classi l’istruzione era, in genere, affidata ad una maestra, mentre dalla terza elementare in poi, la maturità raggiunta dagli alunni richiedeva l’intervento della figura del maestro), Enrico Bottini, che narra gli episodi, lieti e tristi, nonché le curiosità di un intero anno scolastico, annotando via via le proprie impressioni su un quaderno, che poi insieme al padre correggerà e risistemerà qualche anno dopo per la stampa. La vicenda è periodizzata in dieci mesi, da ottobre a luglio, a cui corrispondono, eccettuato il mese di luglio, nove racconti mensili (“racconto nel racconto”, es., la “piccola vedetta lombarda”, lo “scrivano fiorentino”, ecc..), dettati dal maestro Perboni; in essi l’autore pone al centro dell’azione dei ragazzi-eroi, figure esemplari e simboliche di una realtà volutamente alterata perché drammatizzata e stilizzata. Una galleria di personaggi popola il diario di Enrico: maestre (la “maestrina dalla penna rossa”) e maestri, padri e madri, compagni di scuola, figure simboliche, nelle quali è tuttavia possibile cogliere momenti di notevole efficacia rappresentativa, soprattutto, nelle rapide e incisive descrizioni degli ambienti in cui vivono ed agiscono.
Sempre seguendo la “via del cuore”.
I racconti del maestro presentavano casi di eroismo militare, di coraggio e di sopportazione umana e sacrificio: ad esempio, nell’ultimo e più esteso dei racconti, Dagli Appennini alle Ande.
Il libro rimane “classistico”: i ricchi, i signori, si degnano di mandare i loro figli alle scuole pubbliche, li sgridano e li fanno vergognare quando essi si mostrano arroganti verso i compagni poveri, “inferiori”; consentono e raccomandano loro di invitare a casa, a gruppi, questi compagni; permettono e incoraggiano a far loro regali che questi non possono pensare di ricambiare. L’autore è favorevole a relazioni affettuose fra ceti diversi, ma l’eroe e i suoi pari non si dimenticano mai di essere signori, sia pure benevoli ed alla mano, ma diversi dal popolo. Anche nella scuola la parità e l’intimità fra gli scolari, fra tutti gli scolari, non viene mai raggiunta. Ad esempio, Carlo Nobis è superbo perché suo padre è un gran signore; quando rinfaccia ad un compagno la straccioneria del suo e quest’ultimo reclama, Nobis padre costringe il figliolo a chiedere scusa, ma con parole troppo umili, tanto da suonare false e confermare la differenza sociale. E come le varie classi sociali della Torino del 1882 non erano amalgamate nella scuola, così di alunni provenienti da altre parti d’Italia non si fondevano con facilità nell’ambiente e, almeno in principio, erano considerati stranieri (soprattutto, per l’accento e le “maniere”). Ad esempio, un ragazzo calabrese si sente a disagio entrando per la prima volta nella sezione Baretti; e il direttore che lo introduce, suggerisce al maestro di tenere un discorso sull’unità d’Italia e la fraternità di tutti gli Italiani. Segue, come di consueto, una cerimonia di abbracci e baci fra il nuovo arrivato ed il primo della classe. Tuttavia, quella dei coetanei poveri di Enrico è la prima generazione che va a scuola. Vi sono anche i corsi serali: il padre del muratorino siede la sera nel posto occupato la mattina dal figlio (il proletariato lavora per la propria elevazione intellettuale e sociale.
Da evidenziare che la critica più qualificata, ha subito “dato addosso”all’autore: cominciò Carducci nel 1871 (ma anche Croce, Sapegno e tanti altri), contro “quel suo scrivere come si parlava nella lingua nazionale”. La scrittura di De Amicis, così scorrevole e vaporosa, si rivolgeva a lettori di una cerchia ben più larga di quella dei letterati e degli allora rari laureati: era in un certo senso popolare. Sono degni di nota: l’immediata arguzia dei caratteri, la proprietà e la vivacità linguistiche, la capacità di schizzare subito con pochi tratti la figura fisica e morale di molti personaggi ed i tratti salienti di molti ambienti. Cuore era nato, ad esempio, come testo di lettura per le elementari, grazie al rilancio che queste avevano ottenuto in seguito all’approvazione della Legge Coppino, la quale nel 1877 regolamentò l’obbligo scolastico, già affermato, peraltro, in linea di principio dalla precedente Legge Casati (1859). Come libro per bambini e per le loro famiglie, ossia, come letteratura pedagogica “popolare” per grandi e piccini, esso fu uno strumento essenziale contro l’analfabetismo di massa ancora imperante nell’Italia della seconda metà dell’800. L’autore riesce a mettere nel testo tanta fantasia e varietà di taglio, a toccare le corde emotive evitando, al contempo, il didascalismo ed il didatticismo. Le due principali opere pedagogiche di De Amicis sono entrambe figlie dell’entusiasmo per l’istruzione di tutti, bambini e bambine, ricchi e poveri, rinato, appunto, dopo la Legge del 1877.
Cuore risponde al gusto diffuso del periodo per le opere sentimental-intimistiche. Il cuore dei bambini viene forgiato sulla ragione degli adulti, epurato dalle spinte devianti di libertà, creatività e fantasia, negato nella sua specificità rispetto al mondo dei grandi. De Amicis, realizza, nell’utopia pedagogica di una scuola cittadina, l’educazione scolastica quale dovrebbe essere, l’ideale. Il testo rimanda ad un impianto ideologico, ad una autentica matrice che si fonda su di un forte interesse per le condizioni delle classi popolari e per la scuola. La matrice del forte interesse sociale dell’autore è articolata nel concreto e storicamente aggiornato nesso educazione-questione sociale. Ad esempio, la lettera del padre di Enrico – Gli amici operai – è il momento di più evidente espressione della spinta che sembra sostenere la riflessione sulla società e sulla scuola: “Ama, dunque – scrive il padre al piccolo Enrico – rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figlioli dei soldati del lavoro; onora in essi le fatiche e i sacrifici dei loro parenti; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i sentimenti e la cortesia; pensa che uscì quasi tutto dalle vene dei lavoratori delle officine e dei campi il sangue benedetto che ci ha redento la patria”. Tuttavia, è vero che il muratorino, compagno di scuola di Enrico, figlio di un operaio, un muratore, diverrà quasi sicuramente egli stesso operaio, ma, in un futuro non lontano, in quello dove tutti conoscano almeno le leggi dell’alfabeto, forse i muratorini potranno inventarsi un avvenire diverso perché diversa sarà la società. De Amicis non vuole la rivoluzione ma crede che attraverso la scuola sia possibile costruire lentamente un mondo più giusto.

