Sam Savage, Firmino. Avventure di un parassita metropolitano, Torino, Einaudi, 2008, pp. 179, € 14,00 Un lettore incostante come me raramente legge due volte lo stesso libro: quando ciò accade è perché la lettura è stata particolarmente gradita. Nel caso di questa opera prima dell’americano Sam Savage ho desiderato rileggere “Firmino” immediatamente dopo averlo
finito, perché è un libro davvero straordinario, la storia coinvolgente di un protagonista in cui il lettore di romanzi si può facilmente identificare e non deve sembrare tanto strano che ci si possa identificare in un ratto. Almeno non in questo ratto…
A parte il modo accattivante in cui ci viene presentato il protagonista (con efficaci disegni in bianco e nero che ce lo mostrano esattamente come lo si immagina leggendo) la narrazione autobiografica fatta in prima persona da Firmino ispira immediatamente simpatìa (la prima parte, con il racconto della sua nascita e della sua drammatica prima infanzia di sfigato tredicesimo cucciolo di una topa con solo dodici capezzoli riescono ad essere addirittura divertenti, nonostante la storia abbia un sapore dickensiano) ancora prima di capire che Firmino è la personificazione di quelli fra noi umani che riescono ancora a sentire il bisogno di leggere, la necessità fisica di immergersi in un libro.
A prima vista può sembrare che la scelta di un ratto, animale da sempre considerato “brutto, sporco e cattivo”, rientri in quella che sembra la moda del momento, cioè usare nel ruolo di protagonisti positivi proprio quegli animali che la superstizione popolare ci ha fatto disprezzare per secoli, ma l’idea non regge, dato che questa operazione l’ha già fatta per primo un certo Walt Disney ottant’anni fa (Mickey Mouse-Topolino nasce nel 1928) ed in tempi in cui sia la divulgazione scientifica sia la documentaristica sul mondo animale riflettevano ampiamente la visione medioevale lasciataci in eredità dalla Santa Inquisizione.
Firmino, come il cinematografico Ratatouille, non è semplicemente un “parassita metropolitano” che in qualche modo si è riscattato, ma un individuo che riesce a liberarsi da un destino apparentemente segnato usando la forza della propria diversità e della sua volontà di non adeguarsi passivamente. Il sottotitolo potrebbe essere benissimo, alla maniera dei classici dell’antichità, “De Differentia”, perché si tratta di un vero e proprio elogio della diversità, intesa come positivo non allineamento, come affermazione di una personalità propria, avulsa dalla legge del branco. Oppure “De Fantasia”, ovvero come si può con la sola forza della fantasia inventarsi una vita parallela, sempre diversa e sempre bella, che ci consenta di vivere al meglio la nostra vita reale, quando non è un gran che.
Cioè quello che in fondo facciamo noi, testardi lettori di romanzi…
“Firmino” è stato consigliato come lettura estiva alla figlia di una mia amica che ha frequentato la seconda elementare: per la scuola italiana c’è ancora speranza…










